lunedì 23 dicembre 2013

And so this is Christmas


...war is over.



Magari.

Quanti auguri dobbiamo ancora fare prima che venga il momento di darci da fare?

mercoledì 11 dicembre 2013

I falsi miti del Belpaese

Da tutta la vita sentiamo dire che l'Italia è il paese degli inventori, Galileo e Leonardo sopra a tutti.

L'Italia non è il paese dei filosofi.

Ci deve pur essere un motivo se negli ultimi 300 anni non si sia praticamente fatto nulla per valorizzare la cultura italica.
Se nel rinascimento lo sviluppo dello Stivale era al massimo livello mondiale, se le repubbliche marinare commerciavano con tutto il mondo, se la Chiesa di Roma deteneva il controllo politico-finanziario indiretto sul mondo intero, il seicento vide la crescita delle culture nord-europee

Tra il '600 e il '700 persone come Spinoza, Hobbes, Kant, Voltaire, spinsero l'acceleratore intellettuale dando il via alla rivoluzione illuminista che avrebbe poi determinato la cultura mondiale fino al XX secolo, che non vide peraltro una ripresa del pensiero italico, bensì dell'ultilitarismo americano correlato alla crescita della potenza d'oltreoceano, gli Stati uniti d'america.

E l'Italia, o meglio quella "espressione geografica" come ben la definì Otto von Bismarck, si rifugiò nella sua arretratezza culturale, nell'essere provincia dell'Impero austriaco per una parte, del Regno di Spagna per un'altra, nell'appartenere ai Savoia, principi di discendenza francese, dall'altra.

L'unificazione nazionale, non fu un moto di unità popolare, ma la convergenza di interessi politici e di conquista. La liberazione dagli invasori, per molte popolazioni, non fu altro che un cambiamento di governante.
La teoria repubblicana di Mazzini e compagni si scontrò con gli interessi politici e i Garibialdini furono il mezzo per l'affermazione dei poteri esistenti, seppure sotto un nuovo nome.
Tommasi da Lampedusa nel Gattopardo, un secolo dopo lo sbarco di Marsala, fece dire ad un personaggio "bisogna che tutto cambi perché tutto resti com'è". Mai migliore analisi dell'Italia fu scritta in tutta la sua storia.

Lo Statuto albertino del 1848, aveva placato gli animi, ma neppure assomigliava a quelle carte costituzionali che in Inghilterra esistevano dal 1689, in America dal 1789 e in Francia dal 1791.
Il Regno sabaudo non era nulla di così evoluto, non come noi italiani studiamo oggi, dopo che quella dinastia ha soggiogato la penisola e i suoi sudditi hanno fatto la democrazia.

La democrazia in Italia.

Ispirata anche quella da qualcuno non italiano, immaginata sull'ideale marxista-stalinista e neppure realizzata, poiché la guerra civile che doveva servire ad affermare l'ideale democratico fu la guerra di pochi per scacciare gli ex-alleati rinnegati.
La democrazia alla fine ce la portarono gli americani, con il loro cliché fatto di coca-cola, blue jeans e rock 'n' roll. E anche in questo caso la popolazione ne rimase perlopiù inconsapevole, godendo i benefici di questo nuovo sistema economico, sguazzando in comportamenti liberali etichettati come democratici.

La Costituzione

Adottammo una Costituzione di compromesso, liberal-democratica. Copiammo malamente quella francese mantenendo i privilegi di alcune classi sociali, garantendo sbocchi politici e istituzionali ai partiti, salvaguardando istituzioni religiose e private, tutelando espressamente gli interessi locali.

Fu redatta una costituzione senza nominare gli "italiani" o il "popolo italiano", del resto nella costituzione francese non si parlava di italiani.

A partire dal 1946, come dal 1861, nessuno si preoccupò di creare una coesione nazionale; essere italiani era un palese richiamo al fascismo, unico vero moto nazionalista nella storia del paese.
Restammo tutti cittadini regionali, almeno fino al nuovo secolo, quando grazie all'Euro ci scoprimmo improvvisamente cittadini d'Europa.
La grande occasione per essere più che Italiani, divenne invece un pretesto per riscoprire l'Italia del 1861, di quella guerra di unificazione fatta con mercenari e coscritti delle campagne, da volontari ignari delle lotte di potere e che generazioni di italiani neppure avevano e avrebbero voluto.

E il proverbiale ingegno italico?

Si espresse nelle arti pratiche, nel design di metà novecento, nella moda, nell'industrializzazione di quel paese ancora così arretrato rispetto a quelle potenze che avevano abbracciato, sostenuto e sviluppato idee innovative.
L'Olanda, da piccola colonia imperiale a potenza leader mondiale in meno di due secoli, costruita sulla capacità di lavorare e con l'idea di realizzare, costruire. Nella cultura mercantile olandese, trovarono posto e ospitalità persone come l'ebreo Spinoza e il polemico Descartes; più o meno nello stesso periodo in Italia Galileo rischiava la morte, mentre Newton in Inghilterra cambiava il corso della storia della scienza.
L'ingegno italico è un falso mito che copre la cronica carenza di istruzione.
L'idea che le università italiane siano di alto livello è un retaggio ottocentesco, quando era probabile che fosse vero, ma dovremmo renderci conto che il mondo cambia e che non è sufficiente desiderare qualcosa perché si avveri.

La cultura dell'ignoranza

E' ciò che rappresenta l'Italia e gli italiani, cercare di adattare il mondo alle propria immagine, rifiutarsi di guardare oltre per non doversi sentire inferiori, piuttosto (usato qui correttamente) che guardare all'esterno per motivarsi nel miglioramento.
L'Italia aveva, vent'anni fa, la possibilità di svoltare e seguire per una volta esempi virtuosi, ma non è stato fatto.
Ora che perfino la Chiesa di Roma scende dal pulpito e si rimbocca le maniche per migliorare e crescere, la classe dirigente di questo paese non è neppure più in grado di rendersi conto che sta frazionando e svendendo quel che resta di quasi due secoli di tentativi di unione.

Ed io riesco soltanto a pensare alla Giovine Italia mazziniana, a quella creatura tanto amata che alla fine è morta vergine.

martedì 26 novembre 2013

La distribuzione della ricchezza


Non è una scienza perfetta, ma semplicemente il risultato di secoli di selezione naturale.




Per cui, se non siete parte di quel 1%, potete solo lavorare per diventarlo. Oppure potete semplicemente fare a meno della ricchezza.

lunedì 25 novembre 2013

La falsa democrazia


Quella che si è affermata nel novecento non è democrazia.


Lo erano le intenzioni delle masse popolari che si sono sollevate, ma di certo non lo è stato nei risultati.
Se l'ideale democratico marxista era già stato "sconfitto" in Russia negli anni quaranta, nel corso della guerra fredda morirono le idee democratiche occidentali.
Negli USA gli assassini politici di Martin Luther King e Robert Kennedy sopirono gli ideali pacifisti e aprirono ad un nuovo periodo colonialista, mentre nel nostro paese l'arrivo del messaggio pacifista coincise con una strumentalizzazione politica che portò ad un crescendo anarchico che mirava di fatto a strumentalizzare masse quasi inconsapevoli.

Il concetto democratico italiano si è incarnato nella rivendicazione di interessi più o meno diffusi.
Ci sono classi e categorie che sostengono di incarnare l'interesse collettivo, quello stesso interesse che cambia forma con le circostanze.
C'è una Costituzione democratica che viene consapevolmente disattesa e ignorata a piacimento.
Non c'è rispetto della collettività ad alcun livello sociale.

Dov'è la nazione?

Non c'è nazione se non c'è una collettività di persone unite da una cultura, una lingua, un ideale, un interesse comune che nel corso del novecento, nei paesi realmente democratici, ha coinciso con il benessere.

Chi parla di benessere oggi in Italia?

Nessuno, se non quando parla dei propri interessi, mentre fa rivendicazioni economiche, mentre rivendica privilegi personali.

Chi è portavoce della collettività?

Nessuno, perché la collettività non esiste più, o non è mai esistita, visto che ancora oggi si fatica a trovare un punto di unione culturale che non sia la lingua italiana, peraltro di recente diffusione territoriale, anche se in molte zone del paese la lingua madre è ancora il dialetto.


Dov'è la nazione italiana che tanto sta a cuore a chi odia gli stranieri? E dov'è il rispetto dovuto agli altri, la rinuncia consapevole di parte della propria libertà a beneficio dei nostri concittadini?

Se non c'è alcuna intenzione di rinunciare per il bene altrui, allora non ci sarà alcuna nazione,ma soltanto una guerra di tribù che desiderano il predominio delle risorse di un dato territorio.


Se l'Italia è davvero questo, forse è meglio che sparisca senza lasciare traccia.

lunedì 18 novembre 2013

Hobbes aveva ragione

L'uomo è cattivo e se non vuole vivere in guerra ha bisogno di qualcuno che lo governi e a cui "regalare" la propria libertà.
Inutile leggere Freud, e il suo "Disagio della civiltà" , riflettere e pensare che l'uomo sia cattivo per colpa delle costrizioni sociali e delle privazioni.

Nei secoli miliardi di esseri umani hanno avuto la possibilità di cambiare il corso del destino e non lo hanno fatto.
La storia è scritta da risolutori di conflitti, non c'è alcun generatore di coesione che venga considerato utile, se non importante.
Il Nobel si dà "per la pace", ma spesso viene dato a chi ha posto fine a conflitti, a volte a chi per questo si è servito della guerra.

Le democrazie nascono per la necessità di controllare i conflitti sociali, per concedere maggiore dignità a chi si sentiva sottomesso, per dare voce a chi non ne aveva.
Non esiste una democrazia concessa dall'alto, ogni allargamento del potere, per quanto fittizio, deriva da conquiste venute dal basso.

Non ci sono uomini magnanimi, solo persone interessate che si contrappongono, qualche volta per generare equilibri instabili che appaiono per qualche decennio di una solidità fittizia.

La Democrazia ha fallito. Ha avuto il suo imperio demagogico, dall'oligarchia originale è stata ampliata, fino ad abbracciare l'anelato suffragio universale, fino ad arrivare alla massima estensione possibile.

La democrazia contemporanea coinvolge tutti.

L'apice democratico è forse stato raggiunto nel 1917, con la rivoluzione di ottobre, ma forse neppure, visto che dietro all'ideale comunitario si celava una lotta di classe, per cui una contrapposizione di interessi.
Non erano i proletari a volere il bene comune, soltanto una redistribuzione di ricchezza che desse loro maggiori vantaggi.

"Ma allora la democrazia è un compromesso di interessi?"
"Certo! Cosa credevi che fosse?"

Il potere del popolo non è che un'estenuante lite per il privilegio in cui di fatto nessuno può vincere, bensì resta da definire a cosa rinunciare in cambio.

Ma questo aspetto della democrazia è stato taciuto.
Chi voterebbe un leader politico che incita a dare qualcosa in cambio per l'interesse collettivo?
L'ultimo che ci ha provato con autorità è stato fucilato (ucciso a fucilate in pubblico) il 22 novembre del 1963.

Quella è stata la svolta anti-democratica.
Le lotte di classe, le rivendicazioni del 1968 sono state solo la radicalizzazione di idee che meno di cinquant'anni dopo sarebbero morte con l'ascesa sulla scena mondiale di paesi non democratici.

L'Europa muore con la propria democrazia.

La democrazia, con le sue infinite richieste di benessere è morta. Il sistema occidentale in cui si pretende il futile e si arriva addirittura a pretendere di non morire, non ha futuro.
La conservazione infinita di uno status quo fatto di privilegi e pretese ucciderà questa cultura e la condannerà ad essere assorbita da culture più dinamiche e vincenti.
I cambiamenti del futuro porteranno per i più agonia e sottomissione, rinuncia e fame.
Non resterebbe che tentare la via della democrazia del dare, quella ideologicamente fondante per le religioni monoteiste, quella che stranamente ritorna in auge dove la gente non ha (ancora) richieste precise da fare.

Solo chi è disposto a perdere tutto potrà trovare qualcosa di nuovo.

Dal canto mio neppure la vita è più importante della felicità donata dall'amore per la conoscenza.
Non si può imparare se già si sa.
Per cui è meglio essere ignoranti e spogliarsi di tutto, nutrire la propria curiosità, incoraggiarne la voracità e non cercare di capire ciò che non ha senso.

La vita non ha significato, ha solo bisogno di essere vissuta, goduta, amata.