... in un vuoto circolare e perpetuo in cui i cavalli governano.
Caio Giulio Cesare Augusto Germanico, altresì noto con il nomignolo di Caligola, fu un imperatore romano del primo secolo.
Lo si ricorda soprattutto per l'episodio in cui decise di nominare senatore il proprio cavallo Incitatus quale atto di denigrazione nei confronti del senato.
A me sembra che sia quello che accade oggi
Con la sola eccezione che di cavalli in parlamento ce ne sono molti di più, e addirittura ci possiamo trovare qualche asino.
Succede che, dopo svariati decenni di suffragio universale in cui la politica si costruiva sul territorio, mediante la creazione di istituzioni locali atte a concentrare in consenso, sindacati, centri ricreativi, cooperative, attività sociali, scuole e altro, il sistema sociale cambi di punto in bianco.
L'arrivo dell'era dell'informazione e dei social network cambia il fulcro di aggregazione sociale. I partiti neppure se ne rendono conto e continuano ad impiegare energie sul territorio mentre inseguono il modello di comunicazione che ha reso vincente Berlusconi quindici anni prima.
E' il 2009 e nella stanza dei bottoni di una piccola società di comunicazione, i Casaleggio teorizzano e realizzano il punto d'unione del nuovo millennio. Organizzano una mini società virtuale basata sul dissenso. Ingaggiano/coinvolgono Beppe Grillo, comico emarginato dalla classe dirigente che si esibisce in secondo piano, e lo mandano alla carica.
Il carisma di Grillo è travolgente e in pochi anni concentra intorno al progetto sociale dei Casaleggio una folla incredibile.
Da lì la scalata politica è tutta in discesa, poiché i partiti tradizionali non ne comprendono la portata (famosa è la dichiarazione di Fassino in cui incita Grillo a fondare un partito) e continuano a distaccarsi dal contesto sociale in cui dovrebbero acquisire consensi.
Con un balzo e senza alcuna soluzione di rilievo, cavalchiamo una crisi che appare infinita e ci troviamo al 2018.
Il sistema partitico, conscio del rischio di poter dare l'Italia in mano ai "populisti" cambia la legge elettorale in fretta, ripristinando il sistema proporzionale, che come da previsioni ingessa il Paese.
E così nell'attesa del prossimo governo tecnico, con annesso bagno di sangue fiscale, ragioniamo sugli attori di questa politica.
Da sinistra a destra, anzi meglio in ordine sparso, abbiamo Renzi, Salvini, Berlusconi, Di Maio, Fassino, Fedeli, Lorenzin, Bersani, Fico, Boldrini, Bonino, Taverna, Franceschini e chi più ne ha più ne metta.
Di questi nessuno ha la statura di un uomo politico. Nessuno di loro può definirsi uno statista, men che meno un leader politico degno di tal nome.
E' allora che mi tornano alla mente Caligola e il suo Incitatus.
Penso che più che un uomo forte e dispotico che denigra la rappresentanza democratica, avremmo bisogno di rappresentanti del popolo che si distinguessero per virtù, non per clientele o per protagonismo.
E' pericoloso lasciare alla propaganda equestre il governo della nazione.
E' spaventoso vedere sì tanti somari sedere sugli scranni parlamentari.
E' temerario dover scegliere fra loro chi prenderà per mano la nazione nel prossimo futuro.
E' ironico che l'ignoranza elettorale abbia in ultimo portato l'ignoranza al potere.
Non c'è futuro per questa nazione, solo un perpetuo agire in circolo, una lenta spirale di degrado e disfacimento di cui non si vede la fine. Una vertigine apparentemente infinita.
Il mio regno per un cavallo!
Dice un personaggio shakespeariano ed è in fondo ciò che ci serve, una via d'uscita umile, quasi pavida, da una condizione disperata e senza via di scampo.
Il mio regno per un cavallo!
E' quello che ho chiesto io, non già per salvare la mia vita, ma per poterne dare una alle mie figlie.
Il mio regno per un cavallo!
Ma che non sia Incitatus o peggio che non sia uno dei nostri garruli somari parlamentari.
appunti semi-lucidi di un autore che, dopo essere stato geometra ed essersi ingraziato Platone, cerca operosamente una via di uscita dalla realtà.
Visualizzazione post con etichetta futuro. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta futuro. Mostra tutti i post
sabato 21 aprile 2018
sabato 22 luglio 2017
la Penisola in via di estinzione
... perché questo è l'Italia, una bella addormentata della Storia che si consuma nel sonno.
Sarebbe troppo facile fare una speculazione sulla situazione politica attuale, sull'impossibilità di governare il Paese, sull'incapacità di trovare soluzioni.
Sarebbe davvero troppo facile
Ed è quello che in un modo o nell'altro fanno tutti quando tentano di addossare agli altri le colpe dei propri fallimenti.
Io invece credo che il problema dell'Italia sia tipicamente uno e uno solo
La pigrizia.
E' un Paese che offre ottimi spunti in tanti ambiti, ma che non ha saputo cogliere gli stimoli per evolvere e seguire con il giusto approccio l'evoluzione della comunità globale avvenuta in questi ultimi trent'anni.
L'Italia è rimasa al palo, si è accontentata del proprio essere fulcro della Cristianità, di essere il centro della moda, di essere meta turistica di prim'ordine, di essere partner strategico per la NATO e ha finito per perdere tutto questo.
L'Italia guarda sempre indietro e con il passare del tempo lo fa sempre di più.
Per corroborare la mia teoria e sintetizzarne gli effetti nefasti racconterò la breve storia della legge, 7 agosto 1990, n. 241 anche detta "Nuove norme sul procedimento amministrativo"
Questa norma è la pietra angolare dell'odierno funzionamento della Pubblica amministrazione e ha segnato un cambiamento epocale poiché ha segnato il cambiamento di un'epoca.
Padre di questa allora avveniristica concezione fu il giurista Mario Nigro che morì peraltro prima che questa legge vedesse la luce.
Con questa norma lo Stato si metteva al servizio del cittadino e non più il contrario, la pubblica amministrazione deve semplificare la vita del cittadino.
E già lo si comprende dal primo articolo "Princípi generali dell'attività amministrativa"
comma 1. L’attività amministrativa persegue i fini determinati dalla legge ed è retta da criteri di economicità, di efficacia, di imparzialità, di pubblicità e di trasparenza [aggiunto in seguito], secondo le modalità previste dalla presente legge e dalle altre disposizioni che disciplinano singoli procedimenti, nonché dai princípi dell'ordinamento comunitario [aggiunto in seguito].Tralascio il fatto che per oltre dieci anni dalla sua pubblicazione questa norma è rimasta, nel nostro quotidiano, lettera morta, vorrei soffermarmi invece sul fatto che ancora oggi ci sono enti dello Stato che agiscono ignorandone i principi e creando adempimenti capziosi il cui fine ultimo è quello di procrastinare la conclusione dell'iter procedurale.
(comma così modificato dall'art. 1, comma 1, legge n. 15 del 2005 poi dall'art. 7, comma 1, legge n. 69 del 2009)
comma 2. La pubblica amministrazione non può aggravare il procedimento se non per straordinarie e motivate esigenze imposte dallo svolgimento dell’istruttoria.
E' pur vero che spesso questi adempimenti derivano dal tentativo del dirigente o dell'impiegato di limitare la propria reponsabilità diretta, poiché questa è vista, nella pubblica amministrazione, come il male assoluto giacché rende tracciabile un risultato ed espone il singolo alle conseguenze delle proprie azioni.
Altrettanto di frequente, però, l'escamotage di incrementare gli adempimenti per il cittadino è un modo per giustificare il proprio lavoro, oppure di concedere all'addetto un potere arbitrario nei confronti di un malcapitato e in ultimo può essere volto a nascondere lacune tecniche dello stesso addetto.
Il risultato finale è che quasi ogni azione dell'Amministrazione si traduce in un aggravio di documenti, adempimenti, allegati a procedure telematiche nate apposta per ridurli.
Faccio un esempio
Ancora oggi, nell'anno del Signore 2017, si richiede sistematicamente l'allegazione di una "copia fotostatica del documento di identità in corso di validità" perfino per gli adempimenti telematici facendo riferimento ad un DPR, il 445 del 2000 entrato in vigore ormai dal 2012, come sempre con tempi ridicoli per qualsiasi contesto normale.
E' davvero sensato che la pubblica amministrazione mi chieda copia di un documento che essa stessa emette e che usi la mia fotocopia per verificarne l'autenticità?
E' davvero sensato in un'epoca di firme digitali, pin, SPID e quant'altro?
E' davvero utile stampare la copia fotografica di un tesserino elettronico (la nuova carta d'identità elettronica o il nuovo passaporto) contenente dati come le impronte digitali?
E' tutto coerente con una pubblica amministrazione che vive separata dalla realtà, dove nel 2000, in piena esplosione della "new economy" si è pensato di fare riferimento a tecnologie in uso da oltre venti anni, come la fotocopia e allo stesso modo iniziare a diffondere le email, tecnologia di pubblica utilità dai primi anni novanta del XX secolo, sopo dopo il 2010.
Cosa ha a che fare tutto questo con l'idea di pubblica amministrazione che ci siamo dati nel lontano 1990?
E' davvero impossibile stare al passo con i tempi ed usare concetti attuali invece di andare a pescare dai meandri della storia?
E' realmente impossibile
Non per la carenza di menti capaci di vedere il mondo in tempo reale, ma per l'assenza di dinamismo all'interno delle istituzioni e del sistema sociale.
Siamo così refrattari al cambiamento, così ancorati alle nostre sicurezze, che ogni innovazione ci spaventa e così
Conserviamo le nostre istituzioni ottocentesche, in alcuni casi ancora napoleoniche
Conserviamo la nostra idea di mondo che ignora l'avvento dell'era dell'informazione
Continuiamo a mandare fax di carta con allegate le fotocopie di documenti digitali
Siamo un popolo pigro che spera, in maniera del tutto infondata, di fermare il cambiamento attraverso l'inedia e il rifiuto del cambiamento stesso.
Siamo il prototipo perfetto di un mondo in via d'estinzione.
domenica 11 giugno 2017
Sharing economy versus Liability
... il titolo l'ho scritto in inglese perché fa più fico, anzi più cool.
Sono ormai dieci o quindici anni che sentiamo tessere le lodi della sharing economy, questo modo di vivere un po' bohémien come lo furono appunto i giovani artisti francesi di fine ottocento votati all'amore e alla felicità, oppure i giovani del movimento hippy dei tardi anni sessanta dello scorso secolo, votati all'amore e alle droghe.
Il nuovo miraggio sociale è la condivisione, la moltiplicazione dei beni attraverso una scevra e disinteressata condivisione.
E devo dire che ne ho apprezzato le forme quando ho dato qualche passaggio ad utenti di Bla Bla car, mi sono ricordato di quando si caricavano autostoppisti, o di quando dividevi le spese di viaggio con gi amici, o ancora di quando viaggiavo in treno e non perdevo occasione per fare conoscenza con i miei compagni del momento.
Ma il sistema porta in sé il seme della sua rovina.
Ci sono persone che non vogliono condividere, persone che vogliono godere senza contraccambiare e anzi che si organizzano per aggirare il sistema.
Homo homini lupus disse Plauto e gli fece eco Hobbes nel rinascimento.
E vista la crescente mole di regole che scandiscono le nostre vite al fine di evitare devianze, mi sento di dare loro ragione.
Il libero arbitrio conduce al tradimento della società.
Quindi non c'è futuro per un sistema sociale che basi le proprie interazioni sul buonsenso e la predisposizione altruistica delle persone
E' quindi possibile che le recensioni di social network come Trip Advisor funzionino? E' davvero possibile credere alle informazioni che vengono veicolate attraverso Facebook? Siamo sicuri che il numero di follower non si gonfiato comprando like al prezzo di un dollaro per mille clic?
La sharing economy ha bisogno di fiducia
E la fiducia non la può fare gente senza reputazione
La fiducia la danno persone con l'accreditamento da parte di istituzioni, la danno istituzioni controllate da associazioni, la danno authority super partes che vigilano.
Nei social network la garanzia non esiste, perché a fornirla per ora sono le stesse compagnie che traggono beneficio dallo status quo e non sono credibili come garanti disinteressati dei loro stessi sistemi
Quali saranno gli strumenti di verifica del futuro?
Io di certo non lo so, ma so per certo che come non mi fido del primo incontrato per strada, non mi fiderò mai di uno sconosciuto che mi consglia un ristorante sostenendo di averci mangiato bene.
A posteri l'ardua sentenza.
Sono ormai dieci o quindici anni che sentiamo tessere le lodi della sharing economy, questo modo di vivere un po' bohémien come lo furono appunto i giovani artisti francesi di fine ottocento votati all'amore e alla felicità, oppure i giovani del movimento hippy dei tardi anni sessanta dello scorso secolo, votati all'amore e alle droghe.
Il nuovo miraggio sociale è la condivisione, la moltiplicazione dei beni attraverso una scevra e disinteressata condivisione.
E devo dire che ne ho apprezzato le forme quando ho dato qualche passaggio ad utenti di Bla Bla car, mi sono ricordato di quando si caricavano autostoppisti, o di quando dividevi le spese di viaggio con gi amici, o ancora di quando viaggiavo in treno e non perdevo occasione per fare conoscenza con i miei compagni del momento.
Ma il sistema porta in sé il seme della sua rovina.
Ci sono persone che non vogliono condividere, persone che vogliono godere senza contraccambiare e anzi che si organizzano per aggirare il sistema.
Homo homini lupus disse Plauto e gli fece eco Hobbes nel rinascimento.
E vista la crescente mole di regole che scandiscono le nostre vite al fine di evitare devianze, mi sento di dare loro ragione.
Il libero arbitrio conduce al tradimento della società.
Quindi non c'è futuro per un sistema sociale che basi le proprie interazioni sul buonsenso e la predisposizione altruistica delle persone
E' quindi possibile che le recensioni di social network come Trip Advisor funzionino? E' davvero possibile credere alle informazioni che vengono veicolate attraverso Facebook? Siamo sicuri che il numero di follower non si gonfiato comprando like al prezzo di un dollaro per mille clic?
La sharing economy ha bisogno di fiducia
E la fiducia non la può fare gente senza reputazione
La fiducia la danno persone con l'accreditamento da parte di istituzioni, la danno istituzioni controllate da associazioni, la danno authority super partes che vigilano.
Nei social network la garanzia non esiste, perché a fornirla per ora sono le stesse compagnie che traggono beneficio dallo status quo e non sono credibili come garanti disinteressati dei loro stessi sistemi
Quali saranno gli strumenti di verifica del futuro?
Io di certo non lo so, ma so per certo che come non mi fido del primo incontrato per strada, non mi fiderò mai di uno sconosciuto che mi consglia un ristorante sostenendo di averci mangiato bene.
A posteri l'ardua sentenza.
venerdì 26 maggio 2017
La vie est Belle
Mi
sono innamorato ancora; perdutamente.
Mi
sono innamorato di due occhi blu, come il mare, blu come il mare di
Liguria durante un'ondata di tramontana, blu come le profondità
rocciose dell'arida costa ligure.
Sei
arrivata e subito sei apparsa come il completamento di un insieme,
tessera mancante di quel puzzle che la vita raramente permette di
completare. E mentre tua sorella guarda la luna tu sorridi al sole,
mentre lei fa i capricci tu sorridi festosa, mentre i suoi occhi neri
raccontano la gioia della vita che cresce i tuoi occhi blu, blu come
il mare, raccontano la gioia della vita che sboccia.
Vi
vedo abbracciate, felici e sorridenti e capisco che insieme
completate una forma, non una semplice forma geometrica, ma un
frattale complicatissimo fatto di pensieri, parole, amore, gioia e
colori. E in quei colori c'è il tuo blu, blu come il mare, e il tuo
sorriso che sempre scalderà il mio cuore anche nei momenti più bui.
Siamo
tutti intorno a te, mentre tua sorella ti prende la mano e già sa
che per te traccerà la strada così che tu possa correre senza
fermarti mai. Ci siamo noi, ma tu con quegli occhi blu, blu come il
mare, non sei ultima, bensì una.
Sei
quella tessera del puzzle che ancora mancava, quella tessera blu, blu
come il mare, che completa ciò che un tempo nessuno avrebbe mai
immaginato potesse esistere. Sei tu, con i tuoi sorrisi inaspettati e
le tu facce stupite, a dare un senso nuovo alle nostre vite e a
regalarci una dimensione spirituale che neppure immaginavo di poter
avere.
Grazie
d'essere venuta tra noi perché le nostre vite ora sono infinite.
Grazie
perché la vita è bella, life is beautiful e la vie est
belle, anzi, la vie est Isabelle.
lunedì 27 giugno 2016
Quanti contadini pensionati ha la Gran Bretagna?
... tutti contro tutti a colpi di referendum.
La situazione della Gran Bretagna è a dir poco esilarante!
Già perché dopo che i Britannici hanno votato all'ormai famigerato referendum sulla #brexit si scopre che la maggior parte dei Britons è contraria l'uscita dalla Unione Europea?
Com'è possibile?
How they did it?
E' davvero difficile immaginare che si possa abusare del consenso popolare, ma è successo. Nei decenni passati, nonostante ormai tutte le democrazie occidentali prevedano un istituto di questo tipo, ci si è sempre guardati bene dall'usarlo in materie così delicate e che riguardano l'economia interna, oppure in contesti ad alto rischio di incertezza.
Eppure la Gran Bretagna, in bilico nel suo equilibrio nazionale, anzi sovranazionale, ha osato troppo. O forse la stessa unione di stati rappresentati dalla complicatissima bandiera tricolore, chiamata appunto Union Jack, non è adatta a divenire parte di un'altra ulteriore unione di nazioni.
I rapporti commerciali che la Gran Bretagna intrattiene con alcune sue colonie, il Commonwealth delle Nazioni, sono già un problema per la creazione di una Unione Europea di stampo nazionalistico. Hanno bisogno di autonomia e al loro interno servono altre e differenti autonomie.
E così secondo il proprio ordinamento la Scozia, che gode di grande indipendenza all'interno della Gran Bretagna, decide di impugnare il trattato per mezzo del parlamento iniziando una guerra di carte bollate propria solo delle democrazie moderne.
Gli Scozzesi, pare intendano indire un nuovo referendum interno, sulla scorta dell'esito del precedente referendum, che porti a decidere se restare nella UE, una sorta di #scotsin e a questo punto uscire dall'unione britannica, magari portandosi via il blu dalla bandiera, e riuscire in quello che in fondo sognano da secoli,
Scacciare l'invasore inglese!
Nello stesso momento gli Irlandesi del Nord, che proprio britannici non si sono sentiti mai, stanno già chiedendo il passaporto per la Repubblica d'Irlanda, visto che i "cugini" con la guerra civile del 1922, si sono conquistati l'indipendenza ed elargito a tutti i nati sull'isola la possibilità di abbracciare la "patria celtica".
Tutti contro tutti insomma, gli Inglesi delle città contro quelli delle campagne, come se a votare ci fossero andati soltanto i contadini ultra-sessantacinquenni, che devono essere tantissimi, in un paese che conta oltre la città più popolosa d'Europa (Londra) altre città con milioni di abitanti.
E dall'altra parte della Manica, in continente, la cosa viene vissuta in maniera contrastante. Le borse cedono al panico, ministri che invitano a restare calmi e ad investire, leader populisti che sognano la secessione di tutti gli stati e la creazione di altri staterelli, sempre più piccoli, in un matrioska di stati che dia posto di lavoro a numerosi politici e anzi auspicabilmente ripristini le monarchie dinastiche così da garantire la permanenza al vertice delle famiglie nobiliari.
Potremmo cogliere l'occasione e ripristinare il vassallaggio, magari la parità con l'oro e perché no, il conio di monete locali comunali.
Siamo realisti, ma non nel senso storico di sostenitori del re, e rendiamoci conto che per tutta la storia dell'umanità la fusione delle civiltà è stato un percorso continuo e inevitabile, che in un modo o nell'altro il futuro è di chi si sa unire e lavorare insieme e mai di chi fa tutto da solo.
Il futuro è nell'unione, che ci piaccia o meno e ciò che esce dalla porta, rientra dalla finestra, come la Scozia.
La situazione della Gran Bretagna è a dir poco esilarante!Già perché dopo che i Britannici hanno votato all'ormai famigerato referendum sulla #brexit si scopre che la maggior parte dei Britons è contraria l'uscita dalla Unione Europea?
Com'è possibile?
How they did it?
E' davvero difficile immaginare che si possa abusare del consenso popolare, ma è successo. Nei decenni passati, nonostante ormai tutte le democrazie occidentali prevedano un istituto di questo tipo, ci si è sempre guardati bene dall'usarlo in materie così delicate e che riguardano l'economia interna, oppure in contesti ad alto rischio di incertezza.
Eppure la Gran Bretagna, in bilico nel suo equilibrio nazionale, anzi sovranazionale, ha osato troppo. O forse la stessa unione di stati rappresentati dalla complicatissima bandiera tricolore, chiamata appunto Union Jack, non è adatta a divenire parte di un'altra ulteriore unione di nazioni.
I rapporti commerciali che la Gran Bretagna intrattiene con alcune sue colonie, il Commonwealth delle Nazioni, sono già un problema per la creazione di una Unione Europea di stampo nazionalistico. Hanno bisogno di autonomia e al loro interno servono altre e differenti autonomie.
Gli Scozzesi, pare intendano indire un nuovo referendum interno, sulla scorta dell'esito del precedente referendum, che porti a decidere se restare nella UE, una sorta di #scotsin e a questo punto uscire dall'unione britannica, magari portandosi via il blu dalla bandiera, e riuscire in quello che in fondo sognano da secoli,
Scacciare l'invasore inglese!
Nello stesso momento gli Irlandesi del Nord, che proprio britannici non si sono sentiti mai, stanno già chiedendo il passaporto per la Repubblica d'Irlanda, visto che i "cugini" con la guerra civile del 1922, si sono conquistati l'indipendenza ed elargito a tutti i nati sull'isola la possibilità di abbracciare la "patria celtica".
Tutti contro tutti insomma, gli Inglesi delle città contro quelli delle campagne, come se a votare ci fossero andati soltanto i contadini ultra-sessantacinquenni, che devono essere tantissimi, in un paese che conta oltre la città più popolosa d'Europa (Londra) altre città con milioni di abitanti.
E dall'altra parte della Manica, in continente, la cosa viene vissuta in maniera contrastante. Le borse cedono al panico, ministri che invitano a restare calmi e ad investire, leader populisti che sognano la secessione di tutti gli stati e la creazione di altri staterelli, sempre più piccoli, in un matrioska di stati che dia posto di lavoro a numerosi politici e anzi auspicabilmente ripristini le monarchie dinastiche così da garantire la permanenza al vertice delle famiglie nobiliari.
Potremmo cogliere l'occasione e ripristinare il vassallaggio, magari la parità con l'oro e perché no, il conio di monete locali comunali.
Siamo realisti, ma non nel senso storico di sostenitori del re, e rendiamoci conto che per tutta la storia dell'umanità la fusione delle civiltà è stato un percorso continuo e inevitabile, che in un modo o nell'altro il futuro è di chi si sa unire e lavorare insieme e mai di chi fa tutto da solo.
Il futuro è nell'unione, che ci piaccia o meno e ciò che esce dalla porta, rientra dalla finestra, come la Scozia.
venerdì 12 febbraio 2016
Il sonno della ragione genera il dado knorr
...anche se ovviamente la Star (Stabilimento Alimentare s.r.l.) nulla può contro l'instupidimento delle masse.
Succede che la vista di una pubblicità mi faccia immediatamente venire in mente quanto il marketing governi le vite di noi poveri e inconsapevoli attori consumistici.
Chi di noi non conosce e non ha usato almeno una volta il famosissimo Dado Knorr, alzi la mano.
Ma ciò che tutti dovremmo sapere è anche che il dado funziona da insaporitore quando si scioglie nella pentola, arricchendo il gusto di quello che stiamo cucinando, fosse anche del semplice brodino.
E così nasce, come versione evoluta del classico dado, il Duo Star; manifesto dell'idiozia.
Dico questo non per denigrare il nuovo prodotto commerciale, sicuramente rivoluzionario e fantastico, ma per dileggiare lo spot che lo presenta migliore in quanto a due strati.
E' venuto in mente ai simpatici creativi responsabili della campagna pubblicitaria che il dado si scioglierà e quindi i due colori si dissolveranno nel momento stesso in cui agiranno?
Ma soprattutto è venuto in mente a quanti saranno disposti a pagarli più dei dadi "monocromatici"?
E così ripenso alle masse inermi, quelle che inveiscono contro il diverso, quelle che hanno chiaramente in testa dove stia la verità, quelle che pensano di essere sempre dalla parte della ragione... salvo poi andare a comprare il dado duo!

Il sonno della ragione genera mostri!
E' incredibile quanto il titolo della famosissima acquaforte di Francisco Goya, sia quantomai attuale a oltre due secoli di distanza dalla sua realizzazione.
Ripenso al suffragio universale e alla sua utilità come moderatore sociale, come strumento di ordine pubblico che ormai è giunto al collasso.
Immagino un futuro in cui pensare sarà concesso, purché non sia pubblica l'espressione del pensiero, che tanto nessuno potrà ascoltare poiché vi saranno masse intente a comprare scooter per anziani, magliette dimagranti e dadi per brodo striati.
Vedo un futuro di idiozia e stupidità in cui essere intelligenti sarà una colpa ben più grande che essere disonesti, un futuro di oblio ed evanescente follia.
Succede che la vista di una pubblicità mi faccia immediatamente venire in mente quanto il marketing governi le vite di noi poveri e inconsapevoli attori consumistici.
Chi di noi non conosce e non ha usato almeno una volta il famosissimo Dado Knorr, alzi la mano.
Ma ciò che tutti dovremmo sapere è anche che il dado funziona da insaporitore quando si scioglie nella pentola, arricchendo il gusto di quello che stiamo cucinando, fosse anche del semplice brodino.
E così nasce, come versione evoluta del classico dado, il Duo Star; manifesto dell'idiozia.
Dico questo non per denigrare il nuovo prodotto commerciale, sicuramente rivoluzionario e fantastico, ma per dileggiare lo spot che lo presenta migliore in quanto a due strati.
E' venuto in mente ai simpatici creativi responsabili della campagna pubblicitaria che il dado si scioglierà e quindi i due colori si dissolveranno nel momento stesso in cui agiranno?
Ma soprattutto è venuto in mente a quanti saranno disposti a pagarli più dei dadi "monocromatici"?
E così ripenso alle masse inermi, quelle che inveiscono contro il diverso, quelle che hanno chiaramente in testa dove stia la verità, quelle che pensano di essere sempre dalla parte della ragione... salvo poi andare a comprare il dado duo!

Il sonno della ragione genera mostri!
E' incredibile quanto il titolo della famosissima acquaforte di Francisco Goya, sia quantomai attuale a oltre due secoli di distanza dalla sua realizzazione.
Ripenso al suffragio universale e alla sua utilità come moderatore sociale, come strumento di ordine pubblico che ormai è giunto al collasso.
Immagino un futuro in cui pensare sarà concesso, purché non sia pubblica l'espressione del pensiero, che tanto nessuno potrà ascoltare poiché vi saranno masse intente a comprare scooter per anziani, magliette dimagranti e dadi per brodo striati.
Vedo un futuro di idiozia e stupidità in cui essere intelligenti sarà una colpa ben più grande che essere disonesti, un futuro di oblio ed evanescente follia.
giovedì 4 dicembre 2014
La politica del nonsenso
... di certo non viene inventata oggi.
affonda le proprie radici, per ciò che riguarda la cultura occidentale, nei dettami della religione cristiana allorché affermatasi attraverso l'apostolato in epoca romana.
L'esclusività della posizione sociale garantiva a chi esercitava il potere, un privilegio culturale e patrimoniale da renderlo inamovibile. Ad un tratto, al punto di rottura tra privilegi e produzione della ricchezza, irrompe la democrazia liberale.
Le persone o meglio alcuni fra loro, iniziano a pensare che l'unione possa realmente fare la forza.
Nel giro di un paio di secoli le rivolte diventano popolari, nascono le repubbliche rivoluzionarie, nasce il socialistmo, il comunismo, il marxismo, nascono i figli dei fiori che però appassiscono in fretta, almeno qui da noi.
Parallelamente, nelle gerarchie aristocratiche e borghesi si cerca di arginare l'ascesa di queste idee democratiche.
Si contengono dapprima con la repressione interna, poi con la guerra, poi con l'embargo e si sconfiggono semplicemente con il consumismo.
Ad un tratto, nel continuum spazio temporale, per niente continuo come sappiamo, arriva Albert Einstein a cui viene spesso attribuito un aforisma: «Follia è fare sempre la stessa cosa e aspettarsi risultati diversi.» Il quando è quantisticamente irrilevante, ma resta il fatto che nessuno lo ascolta.
La politica si rende democratica. Lo spartiacque della Seconda guerra mondiale lascia spazio alla militanza, al potere popolare, alla regressione apparente degli aristocratici e dei borghesi.
Il novecento appare come il secolo del popolo.
Chi deteneva il potere ai tempi delle rivoluzioni liberali si limita a staccare i biglietti e godere dello spettacolo.
La Politica, la Legge e l'Economia diventano il palcoscenico preferito dai rampolli delle famiglie bene, quasi come furono la carriera militare e quella religiosa nel medioevo.
I figli dei notabili occupano posti di rilievo nell'imprenditoria borghese e nella gestione della res publica; da lì controllano gli eccessi della passione popolare.
Si afferma così la politica del nonsenso.
Più soldi finiscono nelle tasche dei ceti inferiori, maggiore è il volume di denaro che ritorna all'origine. Più denaro si produce per assicurare il benessere della popolazione, più denaro si spende per comprare beni e servizi, per assicurarsi privilegi.
L'unica opportunità è svettare, vincere, superare gli altri e come un salmone che risale la corrente consumarsi fino alla morte nel tentativo di emergere.
Il "ceto privilegiato" smette di contenere i privilegi degli "inferiori", cresce il benessere popolare, ma allo stesso tempo cresce l'avidità di privilegi.
Da questo punto di vista i conflitti di classe del novecento sono stati una palestra interessante, risolta soltanto con la globalizzazione. Il nazionalismo che forniva grandi opportunità economiche nel XIX secolo è sublimato in globalizzazione.
La concorrenza globale tra gli imprenditori non è stata da meno del disaccordo, o meglio del disinteresse, di chi avrebbe bisogno di aggregarsi per contare qualcosa e invece è rimasto a guardare.
Ironicamente, l'allargamento della piattaforma comunicativa non ha fatto altro che separare quei gruppi di persone che avrebbero avuto maggior interesse ad unirsi.
E ancora una volta la democrazia si è dimostrata un sistema fallace.
Così, mentre la cultura si trasforma grazie alla rivoluzione digitale, le persone restano ancorate alla politica nel nonsenso.
Intrappolate in infiniti livelli di associazionismo e rappresentanza che filtrano le opportunità, che rallentano l'ascesa, che complicano ciò che in fondo sarebbe semplice.
Paghiamo per votare alle primarie di partito, per eleggere un candidato che è stato selezionato da una élite intellettuale per essere corrotto nel migliore dei casi da imprenditori d'élite, nel peggiore da criminali.
Votiamo per contare qualcosa, nell'idea che l'unione faccia la forza e produca un risultato positivo e personale per il singolo.
Quanto ci vorrà ancora perché la teoria dei giochi di Nash possa essere compresa da tutti e ci convinca che l'unione fa veramente la forza soltanto se pensiamo anche agli altri?
Nel frattempo godiamoci politici posticci, che ripetono ossessivamente ciò che vogliono far diventare reale, che ci impongono il mantra della trasparenza e della legalità per poi propinarci sempre il solito gioco delle tre carte, che tutti conosciamo ma a cui non sappiamo resistere.
Godiamoci la stupidità del nonsenso, del resto se il "salmone" conoscesse il senso della vita non si affannerebbe poi molto sulla corda tesagli da Nietzsche.
affonda le proprie radici, per ciò che riguarda la cultura occidentale, nei dettami della religione cristiana allorché affermatasi attraverso l'apostolato in epoca romana.
L'esclusività della posizione sociale garantiva a chi esercitava il potere, un privilegio culturale e patrimoniale da renderlo inamovibile. Ad un tratto, al punto di rottura tra privilegi e produzione della ricchezza, irrompe la democrazia liberale.
Le persone o meglio alcuni fra loro, iniziano a pensare che l'unione possa realmente fare la forza.
Nel giro di un paio di secoli le rivolte diventano popolari, nascono le repubbliche rivoluzionarie, nasce il socialistmo, il comunismo, il marxismo, nascono i figli dei fiori che però appassiscono in fretta, almeno qui da noi.
Parallelamente, nelle gerarchie aristocratiche e borghesi si cerca di arginare l'ascesa di queste idee democratiche.
Si contengono dapprima con la repressione interna, poi con la guerra, poi con l'embargo e si sconfiggono semplicemente con il consumismo.
Ad un tratto, nel continuum spazio temporale, per niente continuo come sappiamo, arriva Albert Einstein a cui viene spesso attribuito un aforisma: «Follia è fare sempre la stessa cosa e aspettarsi risultati diversi.» Il quando è quantisticamente irrilevante, ma resta il fatto che nessuno lo ascolta.
La politica si rende democratica. Lo spartiacque della Seconda guerra mondiale lascia spazio alla militanza, al potere popolare, alla regressione apparente degli aristocratici e dei borghesi.
Il novecento appare come il secolo del popolo.
Chi deteneva il potere ai tempi delle rivoluzioni liberali si limita a staccare i biglietti e godere dello spettacolo.
La Politica, la Legge e l'Economia diventano il palcoscenico preferito dai rampolli delle famiglie bene, quasi come furono la carriera militare e quella religiosa nel medioevo.
I figli dei notabili occupano posti di rilievo nell'imprenditoria borghese e nella gestione della res publica; da lì controllano gli eccessi della passione popolare.
Si afferma così la politica del nonsenso.
Più soldi finiscono nelle tasche dei ceti inferiori, maggiore è il volume di denaro che ritorna all'origine. Più denaro si produce per assicurare il benessere della popolazione, più denaro si spende per comprare beni e servizi, per assicurarsi privilegi.
L'unica opportunità è svettare, vincere, superare gli altri e come un salmone che risale la corrente consumarsi fino alla morte nel tentativo di emergere.
Il "ceto privilegiato" smette di contenere i privilegi degli "inferiori", cresce il benessere popolare, ma allo stesso tempo cresce l'avidità di privilegi.
Da questo punto di vista i conflitti di classe del novecento sono stati una palestra interessante, risolta soltanto con la globalizzazione. Il nazionalismo che forniva grandi opportunità economiche nel XIX secolo è sublimato in globalizzazione.
La concorrenza globale tra gli imprenditori non è stata da meno del disaccordo, o meglio del disinteresse, di chi avrebbe bisogno di aggregarsi per contare qualcosa e invece è rimasto a guardare.
Ironicamente, l'allargamento della piattaforma comunicativa non ha fatto altro che separare quei gruppi di persone che avrebbero avuto maggior interesse ad unirsi.
E ancora una volta la democrazia si è dimostrata un sistema fallace.
Così, mentre la cultura si trasforma grazie alla rivoluzione digitale, le persone restano ancorate alla politica nel nonsenso.
Intrappolate in infiniti livelli di associazionismo e rappresentanza che filtrano le opportunità, che rallentano l'ascesa, che complicano ciò che in fondo sarebbe semplice.
Paghiamo per votare alle primarie di partito, per eleggere un candidato che è stato selezionato da una élite intellettuale per essere corrotto nel migliore dei casi da imprenditori d'élite, nel peggiore da criminali.
Votiamo per contare qualcosa, nell'idea che l'unione faccia la forza e produca un risultato positivo e personale per il singolo.
Quanto ci vorrà ancora perché la teoria dei giochi di Nash possa essere compresa da tutti e ci convinca che l'unione fa veramente la forza soltanto se pensiamo anche agli altri?
Nel frattempo godiamoci politici posticci, che ripetono ossessivamente ciò che vogliono far diventare reale, che ci impongono il mantra della trasparenza e della legalità per poi propinarci sempre il solito gioco delle tre carte, che tutti conosciamo ma a cui non sappiamo resistere.
Godiamoci la stupidità del nonsenso, del resto se il "salmone" conoscesse il senso della vita non si affannerebbe poi molto sulla corda tesagli da Nietzsche.
sabato 16 agosto 2014
La regressione e il mecenatismo
ovvero l'opportunità di cancellare la democrazia.
In un paese che guarda al futuro con gli occhi del passato, il mecenatismo appare come una risorsa. Si saluta con gaudio il denaro dei ricchi, il art-bonus proposto da un ministro democratico, e non ci si rende conto che è una soluzione regressiva.
Rinvigorire il contributo dei singoli al bene del Paese non fa che rivalutare le dinamiche clientelari apparentemente disinnescate con la venuta degli Alleati durante la guerra civile.
L'essere stati destinatari dei valori democratici illuministi, giunti a noi con un colpevole ritardo di oltre un secolo, avrebbe dovuto liberare la popolazione italica dall'oppressione monarchica.
Eppure l'aver scritto una costituzione decisamente di sinistra e aver professato i diritti della collettività, ha di fatto lasciato invariati i rapporti personalistici che caratterizzavano l'arretratezza culturale di questa nazione.
A partire dalla fine del settecento, mentre la Francia avviava una rivoluzione democratica, in Germania e Inghilterra si manifestavano intellettuali e filosofi e nascevano i padri del pensiero sociologico, da Smith a Kant a Hegel, da Marx a Weber, da Durkeim a De Tocqueville, da Freud a Jung. Nello stesso momento l'Italia tentava di ottenere il più dal meno, creando una nazione da una provincia.
All'alba del novecento ancora le élite liberali tentavano di ritardare l'evoluzione democratica imperante nel resto d'Europa, finendo per raggiungere l'opposto nel momento in cui il dittatore Benito Mussolini incontrava l'emule, ma democraticamente eletto, Adolf Hitler.
Trascorso il periodo bellico la democrazia giunse nel Paese inattesa. Neppure i comunisti seppero trattarla e si trasformò nel solito neonato senza testa che questo stivale partorisce da qualche secolo in qua.
Eppure questo essere mostruoso sopravvisse a lungo, almeno fino al momento in cui, dopo la firma della Costituzione europea, gli altri confederati si resero conto che la democrazia formale e il debito eccessivo avrebbero ostacolato l'integrazione con quelle culture di democrazia secolarizzata.
Siamo ai giorni nostri, quelli in cui la classe dirigente, l'aristocrazia politica, tenta di preservare interessi e risorse con gli stessi espedienti dei decenni precedenti.
La élite intellettuale di questo paese si dimostra niente meno che un'orda barbarica di gente che arraffa a mani basse, vestitasi di tutto punto con giacche dalle grandi tasche che lasciano soltanto per quelle a righe da carcerato.
Così, nell'intenzione di salvare il Paese, senza tuttavia dover rinunciare al beneficio di disporre dei soldi pubblici, l'acume della montagna politca partorisce un topolino.
Perché non riportare indietro la Nazione ai tempi del Re Sole?
Perché non rivolgersi ai ricchi affinché tutelino il bene pubblico dall'alto della loro magnanimità incentivata dall'esenzione fiscale e per cui i meno fortunati pagheranno il biglietto?
Perché non creare beneficio alle classi abbienti aumentando il peso su quelle più indigenti?
Perché non promulgare una riforma di destra, giacché il governo è peraltro di sinistra?
Ciò che si fa per mantenere il privilegio e l'introito è imbarazzante, ma ancor più imbarazzante è il risalto e l'elogio che è stato dato a questa operazione sintomatica della regressione democratica.
La classe politica che si prostra all'economia per l'interesse personale, il burocrate leccapiedi che ignora la propria posizione nel contesto sociale e pensa al proprio interesse immediato, svendendo la democrazia sovrana.
E allora che liberalismo sia, che torni la monarchia assoluta, anzi che tornino i comuni medievali e le signorie locali che sembrano tuttavia resistere.
Che l'Italia sia ancora una volta, come prima della Guerra di Crimea, "soltanto un'espressione geografica".
In un paese che guarda al futuro con gli occhi del passato, il mecenatismo appare come una risorsa. Si saluta con gaudio il denaro dei ricchi, il art-bonus proposto da un ministro democratico, e non ci si rende conto che è una soluzione regressiva.
Rinvigorire il contributo dei singoli al bene del Paese non fa che rivalutare le dinamiche clientelari apparentemente disinnescate con la venuta degli Alleati durante la guerra civile.
L'essere stati destinatari dei valori democratici illuministi, giunti a noi con un colpevole ritardo di oltre un secolo, avrebbe dovuto liberare la popolazione italica dall'oppressione monarchica.
Eppure l'aver scritto una costituzione decisamente di sinistra e aver professato i diritti della collettività, ha di fatto lasciato invariati i rapporti personalistici che caratterizzavano l'arretratezza culturale di questa nazione.
A partire dalla fine del settecento, mentre la Francia avviava una rivoluzione democratica, in Germania e Inghilterra si manifestavano intellettuali e filosofi e nascevano i padri del pensiero sociologico, da Smith a Kant a Hegel, da Marx a Weber, da Durkeim a De Tocqueville, da Freud a Jung. Nello stesso momento l'Italia tentava di ottenere il più dal meno, creando una nazione da una provincia.
All'alba del novecento ancora le élite liberali tentavano di ritardare l'evoluzione democratica imperante nel resto d'Europa, finendo per raggiungere l'opposto nel momento in cui il dittatore Benito Mussolini incontrava l'emule, ma democraticamente eletto, Adolf Hitler.
Trascorso il periodo bellico la democrazia giunse nel Paese inattesa. Neppure i comunisti seppero trattarla e si trasformò nel solito neonato senza testa che questo stivale partorisce da qualche secolo in qua.
Eppure questo essere mostruoso sopravvisse a lungo, almeno fino al momento in cui, dopo la firma della Costituzione europea, gli altri confederati si resero conto che la democrazia formale e il debito eccessivo avrebbero ostacolato l'integrazione con quelle culture di democrazia secolarizzata.
Siamo ai giorni nostri, quelli in cui la classe dirigente, l'aristocrazia politica, tenta di preservare interessi e risorse con gli stessi espedienti dei decenni precedenti.
La élite intellettuale di questo paese si dimostra niente meno che un'orda barbarica di gente che arraffa a mani basse, vestitasi di tutto punto con giacche dalle grandi tasche che lasciano soltanto per quelle a righe da carcerato.
Così, nell'intenzione di salvare il Paese, senza tuttavia dover rinunciare al beneficio di disporre dei soldi pubblici, l'acume della montagna politca partorisce un topolino.
Perché non riportare indietro la Nazione ai tempi del Re Sole?
Perché non rivolgersi ai ricchi affinché tutelino il bene pubblico dall'alto della loro magnanimità incentivata dall'esenzione fiscale e per cui i meno fortunati pagheranno il biglietto?
Perché non creare beneficio alle classi abbienti aumentando il peso su quelle più indigenti?
Perché non promulgare una riforma di destra, giacché il governo è peraltro di sinistra?
Ciò che si fa per mantenere il privilegio e l'introito è imbarazzante, ma ancor più imbarazzante è il risalto e l'elogio che è stato dato a questa operazione sintomatica della regressione democratica.
La classe politica che si prostra all'economia per l'interesse personale, il burocrate leccapiedi che ignora la propria posizione nel contesto sociale e pensa al proprio interesse immediato, svendendo la democrazia sovrana.
E allora che liberalismo sia, che torni la monarchia assoluta, anzi che tornino i comuni medievali e le signorie locali che sembrano tuttavia resistere.
Che l'Italia sia ancora una volta, come prima della Guerra di Crimea, "soltanto un'espressione geografica".
giovedì 17 luglio 2014
Il potere della tecnologia intelligente
In questi ultimi anni la tecnologia informatica ha iniziato ad accelerare secondo la forma geometrica del progresso.
Il marketing e la popolarizzazione della tecnologia hanno però portato in auge ciò che si può far corrispondere al VHS del nuovo millennio, il touch screen
Appare chiaro che la strategia "alla Jobs" è quella di rendere sempre più popolare la sua invenzione, di rendere minimale quel suo sogno di ragazzo degli anni settanta.
Ognuno ha il proprio personal computer, anzi device
Non possiamo fare a meno di girare inebetiti con un uno smart-qualcosa per sopperire alla nostra sempre minore necessità di intelligenza; e mi ritornano alla mente le critiche che si narra Socrate muovesse alla scrittura per la sua capacità di limitare l'esercizio della memoria e quindi della cultura.
L'intelligenza artificiale pensa per quella umana?
Neppure per scherzo, le applicazioni informatiche, le apps, sono appunto qualcosa che viene applicata, non di certo qualcosa che agisce autonomamente.
La facilità di calcolo dei nuovi sistemi tascabili, non a caso i computer venivano chiamati calcolatori, rendono questa parvenza di intelligenza che in realtà non è altro che una lunghissima sequenza di operazioni il più delle volte elementari.
L'intelligenza sta nella scelta, come sempre.
E' realmente smart chi istruisce i calcolatori, chi sa interpretare o condurre le necessità e a tal fine crea algortmi logici che permettano semplificazioni materiali.
Ciò che realmente è cambiato non è il mondo o il modo di pensare, ma il numero di operazioni al minuto che si possono eseguire.
In pratica questa semplificazione tecnologica, questa idea che sia tutto più facile e immediato, non è altro che una estrema complicazione che sfugge alla nostra comprensione.
E così ci troviamo tecnologicamente avanzanti, a toccare schermi intelligenti mentre la scomparsa di menu di scelta non ci lascia che reazioni indotte come quelle di una scimmietta da laboratorio.
E' davvero questo ciò che immaginavamo dall'era della comunicazione?
Il marketing e la popolarizzazione della tecnologia hanno però portato in auge ciò che si può far corrispondere al VHS del nuovo millennio, il touch screen
Appare chiaro che la strategia "alla Jobs" è quella di rendere sempre più popolare la sua invenzione, di rendere minimale quel suo sogno di ragazzo degli anni settanta.
Ognuno ha il proprio personal computer, anzi device
Non possiamo fare a meno di girare inebetiti con un uno smart-qualcosa per sopperire alla nostra sempre minore necessità di intelligenza; e mi ritornano alla mente le critiche che si narra Socrate muovesse alla scrittura per la sua capacità di limitare l'esercizio della memoria e quindi della cultura.
L'intelligenza artificiale pensa per quella umana?
Neppure per scherzo, le applicazioni informatiche, le apps, sono appunto qualcosa che viene applicata, non di certo qualcosa che agisce autonomamente.
La facilità di calcolo dei nuovi sistemi tascabili, non a caso i computer venivano chiamati calcolatori, rendono questa parvenza di intelligenza che in realtà non è altro che una lunghissima sequenza di operazioni il più delle volte elementari.
L'intelligenza sta nella scelta, come sempre.
E' realmente smart chi istruisce i calcolatori, chi sa interpretare o condurre le necessità e a tal fine crea algortmi logici che permettano semplificazioni materiali.
Ciò che realmente è cambiato non è il mondo o il modo di pensare, ma il numero di operazioni al minuto che si possono eseguire.
In pratica questa semplificazione tecnologica, questa idea che sia tutto più facile e immediato, non è altro che una estrema complicazione che sfugge alla nostra comprensione.
E così ci troviamo tecnologicamente avanzanti, a toccare schermi intelligenti mentre la scomparsa di menu di scelta non ci lascia che reazioni indotte come quelle di una scimmietta da laboratorio.
E' davvero questo ciò che immaginavamo dall'era della comunicazione?
martedì 22 aprile 2014
Cronaca di una morte annunciata
...quella di una cultura, che forse non è mai esistita.
Enel, dopo la campagna pubblicitaria 2013 (visibile qui) in cui elevava a guerriero ogni persona che svolga una vita assolutamente normale, anzi perfino banale, prosegue la propria campagna demagogico-speculativa passando in rassegna molti degli avvenimenti e dei personaggi rilevanti della storia italica, in un medley tra sacro e profano dove le invenzioni di Leonardo, si trovano accanto alla Dolce vita, dove il Colosseo è accostato agli spaghetti al dente, il Mondiale di calcio di Germania all'Impero romano (tutto quanto), i "Maestri dell'artigianato" al Rinascimento (tutto anche questo) e Raffaello, Michelangelo, Caravaggio, Pinocchio; esattamente in quest'ordine.
Uno spot abominevole che in ultimo sostiene che sia ora di guardare avanti, di costruire qualcosa di cui essere di nuovo fieri. Enel dimentica di dirci però chi siano quelli così orgogliosi del loro passato da non lavorare per il futuro.
Gli Italiani?
Quelli che fino a due decenni fa non sventolavano il tricolore perché era un atto fascista e che oggi in buona parte inneggiano al separatismo?
Quelli che hanno tutti un parente emigrato e odiano gli immigrati?
Quelli che ripudiano la guerra e mandano truppe armate in giro per il mondo?
Quelli nella cui Costituzione, come nel filmato Enel non vengono mai citati?
E così aggiugiamo un altro pezzo al puzzle della decadenza, dopo il premio Oscar al film "La grande bellezza" (dii cui al precedente post) e nell'attesa del sigillo sulla tomba di questa nazione, di questa società tentacolare che dal singolo attributo ricava una teoria, in cui godiamo perfino dell'orgoglio di appartenere ad una cultura decadente.
Riusciamo ad essere orgogliosi del nostro fallimento, e ignari ci presentiamo al resto del mondo come degli illustri falliti.
Fallito è il sistema economico, fallita è l'industria, fallito è il cinema, falliti sono tutti quelli che hanno pensato per decenni di poter vivere sulle spalle altrui.
Fallita è l'Italia dei guerrieri che combattono per un posto in metropolitana o che s'indignano per l'esclusione di un giocatore dalla nazionale.
Fallita è una cultura che si disperde al vento con la capacità linguistica dei suoi cittadini, sempre più ignoranti e sempre più attratti dagli ideogrammi che appaiono sul loro tablet.
La storia è nata dalla scrittura e con la scrittura finirà.
E così, nel meltin'pot di razze e culture che ha fatto grandi nazioni come la Greater Britain (no, non è un errore) o gli Stati Uniti d'America, riusciamo a prendere solo il peggio e abbandonare ogni residuo d'orgoglio per bearci della disfatta.
In questa guerra culturale, i barbari sono arrivati a Roma ancora una volta dal Nord, ma questa volta non portano arretratezza e distruzione, portano semplicemente la razionalizzazione weberiana e la società civile europea che certamente rifiuteremo.
mercoledì 29 gennaio 2014
Lo stato minimo è scomparso
La teoria liberale dello stato minimo in Italia non attecchisce...
come peraltro non attecchì lo stato totalitario...
e come non ha attecchito lo stato socialista...
men che meno lo stato democratico.
In Italia non attecchisce alcun sistema di governo.
Giustino Fortunato nel 1919 diceva degli Italiani «...venticinque milioni di persone senza disciplina», Mussolini qualche anno dopo disse «Non è difficile governare gli Italiani, è impossibile».
Nessuno li ha mai smentiti.
In questa nouvelle vague di liberalismo internazionale ci muoviamo oggi, con le nostre istituzioni datate, la nostra Costituzione invecchiata, la nostra classe politica assolutamente impreparata, tanto da lasciare spazio ai dilettanti senza neppure farli troppo sfigurare.
Cosa resta dell'Italia? Dov'è la "società civile", dov'è la "comunità sociale", dove sono i cittadini?
E così, senza neppure essercene accorti, ci troviamo in un sistema economico del tutto diverso da quello che avremmo immaginato e voluto. In Italia abbiamo pensato potesse esistere uno "Stato distratto" che imponesse norme inattuabili, che perdonasse ogni trasgressore, che in fondo non facesse altro che garantirsi un posto al sole senza entrare troppo nella sfera privata.
E questo abbiamo avuto, all'ennesima potenza.
Per il Sistema italiano, lo stato minimo è oggi una sorta di Far-west in cui chi ne ha, ancora, la possibilità tenta di garantirsi privilegi ed introiti.
Per il Sistema europeo, il contesto istituzionale italiano è un cancro da eliminare, un male da circoscrivere e lasciare morire lentamente.
Così tutto ciò che costituiva il welfare state del novecento sta diventando un servizio pubblico, ad uso e consumo di chi può permettersi di corrispondere la giusta tariffa, in maniera legale o meno.
La corruzione aumenta vertiginosamente e raggiunge livelli che ai tempi di Tangentopoli (17 febbraio 1992) neppure si sarebbero immaginati.
Il Governo è esautorato, il Parlamento è immobilizzato, la Magistratura legifera, gli Enti territoriali sono sommersi di debiti e derivati e non riescono a garantire servizi.
Lo Stato è fallito, ma non c'è nessuno disposto a rifondarlo.
L'Italia è morta.
Torna ad essere un'idea collettiva come fu per secoli prima della sua unificazione politica. L'Italia è una bandiera "regalata" dai Francesi, l'Italia è un vessillo presidenziale preso da quello regalato da Napoleone, l'Italia è una bandiera Europea odiata e temuta perché portatrice, non di valori, ma di soluzioni.
Gli Italiani nella trascrizione di un famoso discorso di Mussolini, sono «Un popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori di trasmigratori» e questo restano, non sono manager, politici, professori, imprenditori
Gli Italiani non saranno mai un popolo di cittadini.
come peraltro non attecchì lo stato totalitario...
e come non ha attecchito lo stato socialista...
men che meno lo stato democratico.
In Italia non attecchisce alcun sistema di governo.
Giustino Fortunato nel 1919 diceva degli Italiani «...venticinque milioni di persone senza disciplina», Mussolini qualche anno dopo disse «Non è difficile governare gli Italiani, è impossibile».
Nessuno li ha mai smentiti.
In questa nouvelle vague di liberalismo internazionale ci muoviamo oggi, con le nostre istituzioni datate, la nostra Costituzione invecchiata, la nostra classe politica assolutamente impreparata, tanto da lasciare spazio ai dilettanti senza neppure farli troppo sfigurare.
Cosa resta dell'Italia? Dov'è la "società civile", dov'è la "comunità sociale", dove sono i cittadini?
E così, senza neppure essercene accorti, ci troviamo in un sistema economico del tutto diverso da quello che avremmo immaginato e voluto. In Italia abbiamo pensato potesse esistere uno "Stato distratto" che imponesse norme inattuabili, che perdonasse ogni trasgressore, che in fondo non facesse altro che garantirsi un posto al sole senza entrare troppo nella sfera privata.
E questo abbiamo avuto, all'ennesima potenza.
Per il Sistema italiano, lo stato minimo è oggi una sorta di Far-west in cui chi ne ha, ancora, la possibilità tenta di garantirsi privilegi ed introiti.
Per il Sistema europeo, il contesto istituzionale italiano è un cancro da eliminare, un male da circoscrivere e lasciare morire lentamente.
Così tutto ciò che costituiva il welfare state del novecento sta diventando un servizio pubblico, ad uso e consumo di chi può permettersi di corrispondere la giusta tariffa, in maniera legale o meno.
La corruzione aumenta vertiginosamente e raggiunge livelli che ai tempi di Tangentopoli (17 febbraio 1992) neppure si sarebbero immaginati.
Il Governo è esautorato, il Parlamento è immobilizzato, la Magistratura legifera, gli Enti territoriali sono sommersi di debiti e derivati e non riescono a garantire servizi.
Lo Stato è fallito, ma non c'è nessuno disposto a rifondarlo.
L'Italia è morta.
Torna ad essere un'idea collettiva come fu per secoli prima della sua unificazione politica. L'Italia è una bandiera "regalata" dai Francesi, l'Italia è un vessillo presidenziale preso da quello regalato da Napoleone, l'Italia è una bandiera Europea odiata e temuta perché portatrice, non di valori, ma di soluzioni.
Gli Italiani nella trascrizione di un famoso discorso di Mussolini, sono «Un popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori di trasmigratori» e questo restano, non sono manager, politici, professori, imprenditori
Gli Italiani non saranno mai un popolo di cittadini.
venerdì 10 gennaio 2014
Montesquieu si rivolta nella tomba
A vedere lo scempio che viene fatto delle sue teorie sulla tripartizione del potere.
In questo paese non esistono più il potere legislativo e il potere esecutivo. Per fortuna è rimasto ancora un barlume di potere giudiziario, che ovviamente sostituisce tutti gli altri.
E così mi viene in mente lo stato assoluto rinascimentale, dove il re incarnava tutti i poteri in uno solo, coadiuvato soltanto da tecnici del diritto che trasponessero su carta il suo indiscusso volere.
Nell'Italia di oggi, nella totale assenza di potere economico di rilievo internazionale, nella totale carenza di intellettuali politici, nella totale depravazione del costume degli amministratori, gli unici ancora legati alle loro funzioni sono i giudici.
Ma quanto tempo può durare un sistema giudiziario non bilanciato dall'opinione pubblica?
Quanto tempo serve per attirare in magistratura persone corruttibili e disposte a servire interessi di parte?
Abbiamo davvero intenzione di scoprirlo?
Per fortuna le forze armate italiane non destano sospetti circa l'eventualità di un colpo di stato militare, e la presenza della UE e delle basi NATO sul nostro territorio ci garantiscono da questo punto di vista.
L'unica dittatura possibile è quella locale.
La progressiva frammentazione del Paese, emergeranno gli interessi particolari che potranno occupare gli spazi lasciati vuoti dalla presenza sempre più ingombrante della nuova nazione europea, quella che i cittadini italiani neppure vedono ancora.
La repubblica in Italia è quella teorizzata da Montesquieu e passata per il sacrificio di molti connazionali, nata da una serie di guerre e di rivolte popolari, da una guerra civile combattuta da pochi, è quella fondata su una costituzione ibrida e confusa, figlia del pensiero illuminista settecentesco e contaminata dalla democrazia sociale novecentesca.
L'Italia, nazione creata a tavolino, fondata sulla "petizione" popolare, che ha sempre nascosto il potere nelle pieghe della democrazia rappresentativa, nelle élite locali che troppo miopi non si sono accorte del cambiamento epocale.
Nessuno qui ha visto cadere il muro di Berlino, ancora non ci rendiamo conto che la nostra posizione di confine sulla Cortina di ferro, così definita da Churchill, ci assicurava benefici che, ora che siamo alla periferia meridionale dell'Europa, non ci sono garantiti.
Nell'ora di rimboccarsi le maniche e produrre, restiamo tutti qui a guardare la magistratura che ancora tenta di dare un senso alla legalità e alla sovranità popolare.
Se volete la democrazia è l'ora di scendere in piazza, ma non per protestare, bensì per costruire.
mercoledì 6 novembre 2013
Opportunità
Cos'è un'opportunità?
Una volta avrei saputo rispondere, avrei detto che è l'occasione di fare qualcosa di concreto, produttivo, innovativo.
Oggi non so rispondere.
Da troppo tempo, nella cultura in cui vivo, il termine opportunità è diventato sinonimo di elusione, di stranezza, di contestazione, di mancata accettazione.
E così mi ritrovo "rimbalzato" da un mondo pigro, in cui non riesco a concretizzare un sistema per ottimizzare la sicurezza sul lavoro (invenzione del 2008 in anteprima europea se non mondiale che non trova finanziatori)
non riesco neppure a brevettare un congegno per mezzi di locomozione (perché non si capisce quale sia la procedura corretta) non riesco neppure a far partire una start-up se non buttandomi nel vuoto (da solo) in un mercato che non conosco.
Ci si scontra con l'insicurezza, la pigrizia, il disinteresse generale. Spesso, incontrando persone per lavoro rimango perplesso dal rapporto che hanno con l'attività che, al pari del sonno, occupa la maggior parte delle loro vite.
Cosa vi alzate a fare la mattina?
Questa è la domanda che vorrei fare a quanti vivono pigramente una situazione di sofferenza senza fare alcunché per cambiare la situazione. E' possibile restare incastrati in una vita che si odia e non riuscire ad intravedere alcuna opportunità di cambiamento?
E' possibile che questo riguardi milioni di persone riunite nello stesso ambito e nessuno se ne accorga?
Non ci sono opportunità
Così scrivo, faccio un bel curriculum di intenzioni senza riscontro e faccio la valigia.
Ci sarà ancora nel mondo un posto dove opportunità significa qualcosa e ho intenzione di trovarlo.
Etichette:
cambiamento,
felicità,
futuro,
società
giovedì 5 settembre 2013
Fermate il progresso
Non c'è nulla di utile nel progresso.
Lo ammetto, va bene, è una dichiarazione esagerata.
Ma come spiegare con parole semplici ciò che sarebbe semplice da capire se semplicemente guardassimo con occhi semplici il mondo che ci circonda?
Ogni vittoria ha un prezzo, la sconfitta altrui. Per una comunità che cresce, c'è una comunità che decresce. Il conflitto è alla base dei rapporti umani e pertanto dell'economia quale scienza sociale.
Se per avere un progresso sociale, economico, tecnologico dobbiamo creare un conflitto, allora siamo ad un punto morto.
Curiamo l'interesse o l'etica?
C'è un qualche possibile fine etico nell'Economia? Apparentemente no.
Per la mia tesi di laurea mi ero riproposto di analizzare la questione, ma mi rendo conto che non sarebbe producente, non avrei un vantaggio economico/sociale e ho lasciato perdere.
Anni fa pensai che fosse, nella vita, necessario produrre un certo volume d'affari, che fosse il necessario per vivere. Poi mi scontrai con la necessità di farlo a discapito del benessere altrui e vacillai.
Persi il filo del discorso e devo dire che studiare materie sociali, nonché tanto diritto, mi ha ricordato che in fondo non esiste una morale.
La morale è un lascito intellettuale di quei movimenti, per ultimo considero quello illuminista del XVIII secolo, che hanno il pregio di aggregare persone generalmente dimenticate dalla società, ma hanno il difetto di non fornire loro alcuna informazione circa l'uso di questa eredità.
Le persone dimenticano ciò che conoscono, ma non possono ricordare ciò che ignorano.
E così, in questa altalena di vizi e virtù, il cui valore etico è determinato esclusivamente dal punto di vista, vaghiamo alla ricerca di "Madame Giustizia" [cit.] senza far altro che affogare nel nostro concetto di morale.
Fermate l'etica, per un po'. Sospendete ogni legge, cancelliamo ogni morale e armiamoci fino ai denti. Apriamo i cancelli al Destino e vediamo chi resta in piedi.
Sarà il trionfo dell'economia e, tenendo conto della natura umana, un momento di vero e ineluttabile progresso sociale.
martedì 27 agosto 2013
Geometria della vita
La vita è un cerchio, se vista nell'insieme delle vite.
Se pensiamo a noi come parte del mondo e del "creato" ovvero dell'ecosistema globale. E' un cerchio perché la morte di un individuo, la fine della sua vita, non è che elemento utile alla prosecuzione di un'altra.
La vita è una linea retta, se vista da sola.
Nasciamo e moriamo, mentre in mezzo, sulla retta delineata tra questi due punti posti nello spazio-tempo, non facciamo altro che esercitare opzioni individuali assolutamente irrilevanti per il fine.
Nasciamo e moriamo, mentre in mezzo, sulla retta delineata tra questi due punti posti nello spazio-tempo, non facciamo altro che esercitare opzioni individuali assolutamente irrilevanti per il fine.
La vita è un punto, se vista dall'alto.
Concettualmente non abbiamo senso, non c'è motivo per nascere o per vivere. Semplicemente "accadiamo" come un qualunque evento caotico, salvo spendere l'intera vita per cercare di attribuirle un significato.
La vita è un poligono, se vista in società.
Tanto più siamo connessi con il resto del mondo, tanti più vertici avremo. Se per alcuni essere un triangolo è già un problema, per altri essere un icosaedro non è abbastanza.
Concettualmente non abbiamo senso, non c'è motivo per nascere o per vivere. Semplicemente "accadiamo" come un qualunque evento caotico, salvo spendere l'intera vita per cercare di attribuirle un significato.
La vita è un poligono, se vista in società.
Tanto più siamo connessi con il resto del mondo, tanti più vertici avremo. Se per alcuni essere un triangolo è già un problema, per altri essere un icosaedro non è abbastanza.
La vita è il vuoto, se vista dal nemico.
Chi non fa parte del nostro mondo non è importante. E non ci interessa che sia fisicamente o meno vicino a noi, che ci sia affine dal punto di vista biologico o culturale. Chi non ci interessa non vale nulla.
La vita è un frattale, se vista distrattamente.
Apparentemente cresciamo ed evolviamo, ma se potessimo guardarci ad un livello più alto, se potessimo ridurre lo zoom, scopriremmo che restiamo sempre uguali a noi stessi, cambia solo la portata delle nostre azioni.
La vita è geometrica, ma in fondo la geometria non è che una limitazione concettuale della vita.
La vita allora non è, ma è quel non essere che ci rende ineluttabilmente vivi.
La vita allora non è, ma è quel non essere che ci rende ineluttabilmente vivi.
sabato 27 luglio 2013
La vita sull'albero
"Schopenhauer e Nietzsche per primi insegnarono il profondo significato del non senso della vita e come tale non senso potesse venire tramutato in arte" [Giorgio De Chirico]
Inutile caricare di significati ciò che non ne ha; come la vita, che ne è del tutto priva.
Più precisamente la vita può avere significato soltanto se guardata all'indietro, sempre che sia nostro interesse attribuirgliene uno. Vivere è come percorrere il ramo principale di un albero partendo dal tronco. dinnanzi a noi, nascoste tra le verdi foglie del futuro, le infinite scelte ancora da fare; dietro noi il tronco rugoso che sintetizza quelle fatte.
(reminder: ricordarsi però di non sfrondare l'albero per vedere meglio il percorso, perderemmo del tutto la sorpresa e resteremmo accecati dalla luce.)
Tornando al futuro, con la metafora dell'albero, sembra semplice intuire che non possiamo pianificarlo più di tanto. Non sappiamo ancora quali ramificazioni sceglieremo, ma neppure fino a quando i rami reggeranno il nostro peso prima di consegnarci alla luce. A proposito, la luce della vita, il tunnel della premorte, sono una "boiata pazzesca".
Il significato della vita è nel presente, è soltanto nel qui ed ora che possiamo riassumere le nostre aspettative per il futuro e dare un senso al Tutto tenendo conto del nostro passato, anche se è un lavoro decisamente complesso.
La vita pensata in un continuum dinamico è decisamente impegnativa. Ci vuole tempo per imparare che è un argomento complesso e che non si può semplificare come tanto ci piace fare.
La semplificazione non è altro che la potatura dell'albero. Se vi piace vivere tra rami secchi, beh semplificate a più non posso.Cercate il modo per ottenere il più dal meno, del massimo risultato con il minimo sforzo, il godimento dell'abbondanza a detrimento del piacere della singolarità.
Se invece preferite la fugacità di un attimo, la singolarità dell'evento, la sorpresa; non vi resterà che tentare di cercare il sentiero migliore nella foresta pluviale delle opportunità, tra ostacoli e pericoli, nell'intrico di rami, foglie, insetti e predatori che si annidano sul vostro albero.
Il presente esiste, il futuro e il passato no. E con questa determinazione non possiamo che dare significato al cammino che stiamo facendo, pur senza ignorare ciò che ci è dato di vedere. Procedere senza una road-map non vuol dire farlo ad occhi chiusi.
E così torniamo a Schopenhauer, a ricordarci di godere dell'attimo presente, del piacere di scegliere qui ed ora senza lasciarci accecare dalla luce del futuro.
Vivere avviluppati nell'abbraccio del nostro albero cercando, più che di capire come o quando scendere pensando che a terra si possa stare più comodi, di godere dell'opportunità di restarci per ora...
E così torniamo a Schopenhauer, a ricordarci di godere dell'attimo presente, del piacere di scegliere qui ed ora senza lasciarci accecare dalla luce del futuro.
Vivere avviluppati nell'abbraccio del nostro albero cercando, più che di capire come o quando scendere pensando che a terra si possa stare più comodi, di godere dell'opportunità di restarci per ora...
...finché morte non ci separi.
giovedì 18 luglio 2013
La morale e la vergogna
Se la morale è universalmente definita come un valore individuale che si esprime nel mettere in atto l'interesse futuro della collettività, piuttosto che l'interesse immediato del singolo, com'è possibile che ancora, in Italia, si consideri più proficuo curarsi degli "affari propri"?
Perchè la cosa comune è sempre la cosa di nessuno e il disprezzo si manifesta in qualsiasi ceto sociale?
Cos'è andato storto in questo Paese. Forse che gli interessi di alcune parti non collidano con quelli del tutto?
Come si può pensare che il mero interesse personale ci darà, in un mondo globale, qualche vantaggio?
E oggi, in questa grande collettività nazionale, ci troviamo con debiti inimmaginabili creati dall'immediatezza delle soluzioni individuali. Genitori, nonni, che scaricano su figli e nipoti l'onere di mantenere la loro fortuna, accumulata spesso alle spalle di altri genitori o nonni e sulla loro progenie.
Vergognatevi, vergognamoci tutti.
Abbiamo gozzovigliato e rimandato i problemi sulle esili spalle dei nostri nipoti. Abbiamo lasciato loro il residuo pubblico dei nostri guadagni privati.
Eppure, senza morale e senza vergogna, festeggiamo con gioia i loro compleanni, comprando loro regali costosi, pagati con cambiali firmate sul loro futuro.
Perchè la cosa comune è sempre la cosa di nessuno e il disprezzo si manifesta in qualsiasi ceto sociale?
Cos'è andato storto in questo Paese. Forse che gli interessi di alcune parti non collidano con quelli del tutto?
Come si può pensare che il mero interesse personale ci darà, in un mondo globale, qualche vantaggio?
E oggi, in questa grande collettività nazionale, ci troviamo con debiti inimmaginabili creati dall'immediatezza delle soluzioni individuali. Genitori, nonni, che scaricano su figli e nipoti l'onere di mantenere la loro fortuna, accumulata spesso alle spalle di altri genitori o nonni e sulla loro progenie.
Vergognatevi, vergognamoci tutti.
Abbiamo gozzovigliato e rimandato i problemi sulle esili spalle dei nostri nipoti. Abbiamo lasciato loro il residuo pubblico dei nostri guadagni privati.
Eppure, senza morale e senza vergogna, festeggiamo con gioia i loro compleanni, comprando loro regali costosi, pagati con cambiali firmate sul loro futuro.
Iscriviti a:
Post (Atom)







