lunedì 29 settembre 2014

Corsi e ricorsi storici

Nulla accadde in Piazza Tienanmen nella primavera del 1989



Nulla accade a Hong Kong nell'autunno del 2014


Non esiste la realtà, ma soltanto l'interpretazione che ne diamo [cit. Nietzsche]. Così il mondo può continuare a vivere in pace; pur in mezzo a continue guerre.

venerdì 5 settembre 2014

L'uomo è morto

 Friedrich Nietzsche scrisse nel suo Così parlò Zarathustra. Un libro per tutti e per nessuno circa la condizione dell'uomo in un contesto di superamento della soggezione alle religioni e alla creazione di una specie progressivamente superiore.

  «Una volta il peccato contro Dio era il peggior sacrilegio; ma Dio è morto, e perciò sono morti anche questi esseri sacrileghi. Peccare contro la terra, ecco la cosa piú terribile che si può fare oggi; stimare di piú le viscere dell’imperscrutabile che non il senso della terra! [...]
L’uomo è una corda annodata fra l’animale e il Superuomo, una corda tesa sopra un abisso.

Un pericoloso andar dall’altra parte, un pericoloso metà-cammino, un pericoloso guardarsi indietro, un pericoloso rabbrividire e star fermi.
Ciò che v’è di grande nell’uomo, è che egli è un ponte e non uno scopo: ciò che si può amare nell’uomo, è che egli è un passaggio e una caduta.»


In sintesti per il filosofo le condizioni possibili per l'uomo erano il pericoloso incedere e il pericoloso stare fermi, mentre l'unico "premio" era la metamorfosi da bestia in Superuomo.
La profetica scimmia del "kubrikiano" 2001 Odissea nello spazio che impugna l'osso per attaccare il nemico, giunge nello spazio attraverso indefinite generazioni in una sorta di miglioramento continuo.

Ebbene, nel XXI secolo, alla nascita di AI (artificial intelligence), il funambolico essere che percorreva la corda tesa è miseramente caduto in una progressiva diluizione dei valori etici.
Ciò che un tempo elevò la scimmia primordiale, ciò che le aveva permesso di comprendere l'astratto, viaggiare nell'inconsitenza dell'infinito, abbracciare la poesia dell'ignoto, è ormai svanito.

l'Uomo è definitivamente morto.

In questo mondo virtuale in cui ci ha catapultati Nietzsche oltre un secolo fa, non esiste l'attesa; non esiste la conferma, esiste soltanto la ricerca.
La condizione naturale in cui dovremmo esistere è quella di angosciati cercatori di un tesoro ignoto collocato all'interno del nostro cervello, non già di curiosi esploratori della società.

La Società non è che un insieme olistico di atomi definiti e non possiamo pensare che possa resistere se trasformata in un'amalgama di componenti identiche.
Dalla notte dei tempi, ancor prima che l'uomo esistesse, le comunità sono fondate sull'interazione dei singoli, sulle scelte individuali che appaiono oggi sempre più difficili da attuare.

Chi non sa estraniarsi dalla società non ne può essere parte integrante, si limita ad essere un componente.
Chi non sa essere uno non può che essere un pezzo di qualcosa più grande; ma l'uomo è piccolo e individuo,chi non è tale non è un uomo.

Non resta che attendere, affinché una nuova specie di funamboli risalga sulla fune e progredisca in quel cammino periglioso e continuo che rappresenta l'unica soluzione possibile all'oblio, attendere che nuovi uomini dotati di ingegno e iniziativa diano vita ad una nuova umanità.

mercoledì 3 settembre 2014

Guerra


Questo è esattamente ciò che intendo.




"La guerra è la lezione della storia che i popoli non ricordano mai abbastanza" [cit.]

sabato 16 agosto 2014

La regressione e il mecenatismo

ovvero l'opportunità di cancellare la democrazia.

In un paese che guarda al futuro con gli occhi del passato, il mecenatismo appare come una risorsa. Si saluta con gaudio il denaro dei ricchi, il art-bonus proposto da un ministro democratico, e non ci si rende conto che è una soluzione regressiva.

Rinvigorire il contributo dei singoli al bene del Paese non fa che rivalutare le dinamiche clientelari apparentemente disinnescate con la venuta degli Alleati durante la guerra civile.
L'essere stati destinatari dei valori democratici illuministi, giunti a noi con un colpevole ritardo di oltre un secolo, avrebbe dovuto liberare la popolazione italica dall'oppressione monarchica.
Eppure l'aver scritto una costituzione decisamente di sinistra e aver professato i diritti della collettività, ha di fatto lasciato invariati i rapporti personalistici che caratterizzavano l'arretratezza culturale di questa nazione.

A partire dalla fine del settecento, mentre la Francia avviava una rivoluzione democratica, in Germania e Inghilterra si manifestavano intellettuali e filosofi e nascevano i padri del pensiero sociologico, da Smith a Kant a Hegel, da Marx a Weber, da Durkeim a De Tocqueville, da Freud a Jung. Nello stesso momento l'Italia tentava di ottenere il più dal meno, creando una nazione da una provincia.
All'alba del novecento ancora le élite liberali tentavano di ritardare l'evoluzione democratica imperante nel resto d'Europa, finendo per raggiungere l'opposto nel momento in cui il dittatore Benito Mussolini incontrava l'emule, ma democraticamente eletto, Adolf Hitler.

Trascorso il periodo bellico la democrazia giunse nel Paese inattesa. Neppure i comunisti seppero trattarla e si trasformò nel solito neonato senza testa che questo stivale partorisce da qualche secolo in qua.
Eppure questo essere mostruoso sopravvisse a lungo, almeno fino al momento in cui, dopo la firma della Costituzione europea, gli altri confederati si resero conto che la democrazia formale e il debito eccessivo avrebbero ostacolato l'integrazione con quelle culture di democrazia secolarizzata.

Siamo ai giorni nostri, quelli in cui la classe dirigente, l'aristocrazia politica, tenta di preservare interessi e risorse con gli stessi espedienti dei decenni precedenti.
La élite intellettuale di questo paese si dimostra niente meno che un'orda barbarica di gente che arraffa a mani basse, vestitasi di tutto punto con giacche dalle grandi tasche che lasciano soltanto per quelle a righe da carcerato.

Così, nell'intenzione di salvare il Paese, senza tuttavia dover rinunciare al beneficio di disporre dei soldi pubblici, l'acume della montagna politca partorisce un topolino.
Perché non riportare indietro la Nazione ai tempi del Re Sole?
Perché non rivolgersi ai ricchi affinché tutelino il bene pubblico dall'alto della loro magnanimità incentivata dall'esenzione fiscale e per cui i meno fortunati pagheranno il biglietto?
Perché non creare beneficio alle classi abbienti aumentando il peso su quelle più indigenti?
Perché non promulgare una riforma di destra, giacché il governo è peraltro di sinistra?

Ciò che si fa per mantenere il privilegio e l'introito è imbarazzante, ma ancor più imbarazzante è il risalto e l'elogio che è stato dato a questa operazione sintomatica della regressione democratica.
La classe politica che si prostra all'economia per l'interesse personale, il burocrate leccapiedi che ignora la propria posizione nel contesto sociale e pensa al proprio interesse immediato, svendendo la democrazia sovrana.
E allora che liberalismo sia, che torni la monarchia assoluta, anzi che tornino i comuni medievali e le signorie locali che sembrano tuttavia resistere.
Che l'Italia sia ancora una volta, come prima della Guerra di Crimea, "soltanto un'espressione geografica".

venerdì 25 luglio 2014

La Giustizia non si manifesta

... più propriamente non è mai nata, non si è mai incarnata.

Chiariamo le idee sul concetto di giustizia.

La Giustizia non esiste in quanto frutto di leggi che vengono elaborate nel processo politico con l'accordo delle parti.
Se ci fosse un giustizia immota e incontrovertibile non si dovrebbe piegare neppure alle leggi.

E così pensiamo alla droga e all'omicidio.

La droga uccide, uccidere è reato, vendere droga è illegale e lo Stato combatte chi la produce e la commercializza.
Le sigarette uccidono, vendere sigarette è legale e le lobby del tabacco hanno fatto spesso passare, nei decenni passati, il tabacco come una sostanza gradevole che dona vigore e piacere.

La Morale è amica della Giustizia, e neppure lei esiste.

Già perché la morale si forma all'interno di una cultura, che come si sa è regolata dalle leggi. Inutile tentare di scindere l'amalgama olistica che forma questo insieme. Il tutto che racchiude questi concetti è composto dal nucleo sociale, dalla tribù d'appartenenza che viene connotata da criteri ancestrali.

L'appartenenza dinastica è il trait-d'union atavico che permette agli uomini di riconoscersi e in assenza di questo si sono individuati surrogati efficaci come il branco, la tribù, la nazione.

Oggi però l'appartenenza è fluida, ci spostiamo dinamicamente tra gruppi diversi, occasionalmente in contrasto tra loro.

Lavoriamo per una grande azienda quando poco prima lavoravamo per la concorrente. Apparteniamo ad una nazione, ma siamo disposti a cambiarla sulla base di scelte di vita personali. Siamo in grado di voltare pagina in un attimo senza recriminazioni e giustificazioni di sorta.

Questo perché la diversità è ormai accettata.

Ed è diventata un valore aggiunto quando per secoli è stata considerata una colpa. La diversità però male si integra con l'uniformità valoriale che crea il gruppo. Inserendoci in un nuovo contesto sociale ci troviamo a vivere in un ambito in cui non siamo stati educati, non siamo perfettamente allineati e di cui spesso non comprendiamo i risvolti etici.


La giustizia non si può rintracciare, perché non esiste.

Normalmente ci fa comodo credere, come qualcuno crede a un Dio, che ci sia un'entità superiore che tutela la nostra salute e "libera nos a malo" obbedendo ad una pigra e fatalista invocazione che non manchiamo di formulare secondo le nostre esigenze.

Chi invoca Dio, quello sì incarnato per precauzione, o invoca la Giustizia assoluta, non fa altro che spostare all'esterno la responsabilità della decisione, così come chi si reca ai seggi per individuare un rappresentante da additare per ogni colpa.

Il capro espiatorio di ancestrale concezione è oggi concettualizzato, ma se non sacrifichiamo più un essere vivente alle forze della natura, sacrifichiamo la nostra volontà ai concetti, ignorando che non v'è altro dio al mondo se non la nostra capacità di agire.