ovvero l'opportunità di cancellare la democrazia.
In un paese che guarda al futuro con gli occhi del passato, il mecenatismo appare come una risorsa. Si saluta con gaudio il denaro dei ricchi, il art-bonus proposto da un ministro democratico, e non ci si rende conto che è una soluzione regressiva.
Rinvigorire il contributo dei singoli al bene del Paese non fa che rivalutare le dinamiche clientelari apparentemente disinnescate con la venuta degli Alleati durante la guerra civile.
L'essere stati destinatari dei valori democratici illuministi, giunti a noi con un colpevole ritardo di oltre un secolo, avrebbe dovuto liberare la popolazione italica dall'oppressione monarchica.
Eppure l'aver scritto una costituzione decisamente di sinistra e aver professato i diritti della collettività, ha di fatto lasciato invariati i rapporti personalistici che caratterizzavano l'arretratezza culturale di questa nazione.
A partire dalla fine del settecento, mentre la Francia avviava una rivoluzione democratica, in Germania e Inghilterra si manifestavano intellettuali e filosofi e nascevano i padri del pensiero sociologico, da Smith a Kant a Hegel, da Marx a Weber, da Durkeim a De Tocqueville, da Freud a Jung. Nello stesso momento l'Italia tentava di ottenere il più dal meno, creando una nazione da una provincia.
All'alba del novecento ancora le élite liberali tentavano di ritardare l'evoluzione democratica imperante nel resto d'Europa, finendo per raggiungere l'opposto nel momento in cui il dittatore Benito Mussolini incontrava l'emule, ma democraticamente eletto, Adolf Hitler.
Trascorso il periodo bellico la democrazia giunse nel Paese inattesa. Neppure i comunisti seppero trattarla e si trasformò nel solito neonato senza testa che questo stivale partorisce da qualche secolo in qua.
Eppure questo essere mostruoso sopravvisse a lungo, almeno fino al momento in cui, dopo la firma della Costituzione europea, gli altri confederati si resero conto che la democrazia formale e il debito eccessivo avrebbero ostacolato l'integrazione con quelle culture di democrazia secolarizzata.
Siamo ai giorni nostri, quelli in cui la classe dirigente, l'aristocrazia politica, tenta di preservare interessi e risorse con gli stessi espedienti dei decenni precedenti.
La élite intellettuale di questo paese si dimostra niente meno che un'orda barbarica di gente che arraffa a mani basse, vestitasi di tutto punto con giacche dalle grandi tasche che lasciano soltanto per quelle a righe da carcerato.
Così, nell'intenzione di salvare il Paese, senza tuttavia dover rinunciare al beneficio di disporre dei soldi pubblici, l'acume della montagna politca partorisce un topolino.
Perché non riportare indietro la Nazione ai tempi del Re Sole?
Perché non rivolgersi ai ricchi affinché tutelino il bene pubblico dall'alto della loro magnanimità incentivata dall'esenzione fiscale e per cui i meno fortunati pagheranno il biglietto?
Perché non creare beneficio alle classi abbienti aumentando il peso su quelle più indigenti?
Perché non promulgare una riforma di destra, giacché il governo è peraltro di sinistra?
Ciò che si fa per mantenere il privilegio e l'introito è imbarazzante, ma ancor più imbarazzante è il risalto e l'elogio che è stato dato a questa operazione sintomatica della regressione democratica.
La classe politica che si prostra all'economia per l'interesse personale, il burocrate leccapiedi che ignora la propria posizione nel contesto sociale e pensa al proprio interesse immediato, svendendo la democrazia sovrana.
E allora che liberalismo sia, che torni la monarchia assoluta, anzi che tornino i comuni medievali e le signorie locali che sembrano tuttavia resistere.
Che l'Italia sia ancora una volta, come prima della Guerra di Crimea, "soltanto un'espressione geografica".
appunti semi-lucidi di un autore che, dopo essere stato geometra ed essersi ingraziato Platone, cerca operosamente una via di uscita dalla realtà.
sabato 16 agosto 2014
venerdì 25 luglio 2014
La Giustizia non si manifesta
... più propriamente non è mai nata, non si è mai incarnata.
Chiariamo le idee sul concetto di giustizia.
La Giustizia non esiste in quanto frutto di leggi che vengono elaborate nel processo politico con l'accordo delle parti.
Se ci fosse un giustizia immota e incontrovertibile non si dovrebbe piegare neppure alle leggi.
E così pensiamo alla droga e all'omicidio.
La droga uccide, uccidere è reato, vendere droga è illegale e lo Stato combatte chi la produce e la commercializza.
Le sigarette uccidono, vendere sigarette è legale e le lobby del tabacco hanno fatto spesso passare, nei decenni passati, il tabacco come una sostanza gradevole che dona vigore e piacere.
La Morale è amica della Giustizia, e neppure lei esiste.
Già perché la morale si forma all'interno di una cultura, che come si sa è regolata dalle leggi. Inutile tentare di scindere l'amalgama olistica che forma questo insieme. Il tutto che racchiude questi concetti è composto dal nucleo sociale, dalla tribù d'appartenenza che viene connotata da criteri ancestrali.
L'appartenenza dinastica è il trait-d'union atavico che permette agli uomini di riconoscersi e in assenza di questo si sono individuati surrogati efficaci come il branco, la tribù, la nazione.
Oggi però l'appartenenza è fluida, ci spostiamo dinamicamente tra gruppi diversi, occasionalmente in contrasto tra loro.
Lavoriamo per una grande azienda quando poco prima lavoravamo per la concorrente. Apparteniamo ad una nazione, ma siamo disposti a cambiarla sulla base di scelte di vita personali. Siamo in grado di voltare pagina in un attimo senza recriminazioni e giustificazioni di sorta.
Questo perché la diversità è ormai accettata.
Ed è diventata un valore aggiunto quando per secoli è stata considerata una colpa. La diversità però male si integra con l'uniformità valoriale che crea il gruppo. Inserendoci in un nuovo contesto sociale ci troviamo a vivere in un ambito in cui non siamo stati educati, non siamo perfettamente allineati e di cui spesso non comprendiamo i risvolti etici.
La giustizia non si può rintracciare, perché non esiste.
Normalmente ci fa comodo credere, come qualcuno crede a un Dio, che ci sia un'entità superiore che tutela la nostra salute e "libera nos a malo" obbedendo ad una pigra e fatalista invocazione che non manchiamo di formulare secondo le nostre esigenze.
Chi invoca Dio, quello sì incarnato per precauzione, o invoca la Giustizia assoluta, non fa altro che spostare all'esterno la responsabilità della decisione, così come chi si reca ai seggi per individuare un rappresentante da additare per ogni colpa.
Il capro espiatorio di ancestrale concezione è oggi concettualizzato, ma se non sacrifichiamo più un essere vivente alle forze della natura, sacrifichiamo la nostra volontà ai concetti, ignorando che non v'è altro dio al mondo se non la nostra capacità di agire.
Chiariamo le idee sul concetto di giustizia.
La Giustizia non esiste in quanto frutto di leggi che vengono elaborate nel processo politico con l'accordo delle parti.
Se ci fosse un giustizia immota e incontrovertibile non si dovrebbe piegare neppure alle leggi.
E così pensiamo alla droga e all'omicidio.
La droga uccide, uccidere è reato, vendere droga è illegale e lo Stato combatte chi la produce e la commercializza.
Le sigarette uccidono, vendere sigarette è legale e le lobby del tabacco hanno fatto spesso passare, nei decenni passati, il tabacco come una sostanza gradevole che dona vigore e piacere.
La Morale è amica della Giustizia, e neppure lei esiste.
Già perché la morale si forma all'interno di una cultura, che come si sa è regolata dalle leggi. Inutile tentare di scindere l'amalgama olistica che forma questo insieme. Il tutto che racchiude questi concetti è composto dal nucleo sociale, dalla tribù d'appartenenza che viene connotata da criteri ancestrali.
L'appartenenza dinastica è il trait-d'union atavico che permette agli uomini di riconoscersi e in assenza di questo si sono individuati surrogati efficaci come il branco, la tribù, la nazione.
Oggi però l'appartenenza è fluida, ci spostiamo dinamicamente tra gruppi diversi, occasionalmente in contrasto tra loro.
Lavoriamo per una grande azienda quando poco prima lavoravamo per la concorrente. Apparteniamo ad una nazione, ma siamo disposti a cambiarla sulla base di scelte di vita personali. Siamo in grado di voltare pagina in un attimo senza recriminazioni e giustificazioni di sorta.
Questo perché la diversità è ormai accettata.
Ed è diventata un valore aggiunto quando per secoli è stata considerata una colpa. La diversità però male si integra con l'uniformità valoriale che crea il gruppo. Inserendoci in un nuovo contesto sociale ci troviamo a vivere in un ambito in cui non siamo stati educati, non siamo perfettamente allineati e di cui spesso non comprendiamo i risvolti etici.
La giustizia non si può rintracciare, perché non esiste.
Normalmente ci fa comodo credere, come qualcuno crede a un Dio, che ci sia un'entità superiore che tutela la nostra salute e "libera nos a malo" obbedendo ad una pigra e fatalista invocazione che non manchiamo di formulare secondo le nostre esigenze.
Chi invoca Dio, quello sì incarnato per precauzione, o invoca la Giustizia assoluta, non fa altro che spostare all'esterno la responsabilità della decisione, così come chi si reca ai seggi per individuare un rappresentante da additare per ogni colpa.
Il capro espiatorio di ancestrale concezione è oggi concettualizzato, ma se non sacrifichiamo più un essere vivente alle forze della natura, sacrifichiamo la nostra volontà ai concetti, ignorando che non v'è altro dio al mondo se non la nostra capacità di agire.
giovedì 17 luglio 2014
Il potere della tecnologia intelligente
In questi ultimi anni la tecnologia informatica ha iniziato ad accelerare secondo la forma geometrica del progresso.
Il marketing e la popolarizzazione della tecnologia hanno però portato in auge ciò che si può far corrispondere al VHS del nuovo millennio, il touch screen
Appare chiaro che la strategia "alla Jobs" è quella di rendere sempre più popolare la sua invenzione, di rendere minimale quel suo sogno di ragazzo degli anni settanta.
Ognuno ha il proprio personal computer, anzi device
Non possiamo fare a meno di girare inebetiti con un uno smart-qualcosa per sopperire alla nostra sempre minore necessità di intelligenza; e mi ritornano alla mente le critiche che si narra Socrate muovesse alla scrittura per la sua capacità di limitare l'esercizio della memoria e quindi della cultura.
L'intelligenza artificiale pensa per quella umana?
Neppure per scherzo, le applicazioni informatiche, le apps, sono appunto qualcosa che viene applicata, non di certo qualcosa che agisce autonomamente.
La facilità di calcolo dei nuovi sistemi tascabili, non a caso i computer venivano chiamati calcolatori, rendono questa parvenza di intelligenza che in realtà non è altro che una lunghissima sequenza di operazioni il più delle volte elementari.
L'intelligenza sta nella scelta, come sempre.
E' realmente smart chi istruisce i calcolatori, chi sa interpretare o condurre le necessità e a tal fine crea algortmi logici che permettano semplificazioni materiali.
Ciò che realmente è cambiato non è il mondo o il modo di pensare, ma il numero di operazioni al minuto che si possono eseguire.
In pratica questa semplificazione tecnologica, questa idea che sia tutto più facile e immediato, non è altro che una estrema complicazione che sfugge alla nostra comprensione.
E così ci troviamo tecnologicamente avanzanti, a toccare schermi intelligenti mentre la scomparsa di menu di scelta non ci lascia che reazioni indotte come quelle di una scimmietta da laboratorio.
E' davvero questo ciò che immaginavamo dall'era della comunicazione?
Il marketing e la popolarizzazione della tecnologia hanno però portato in auge ciò che si può far corrispondere al VHS del nuovo millennio, il touch screen
Appare chiaro che la strategia "alla Jobs" è quella di rendere sempre più popolare la sua invenzione, di rendere minimale quel suo sogno di ragazzo degli anni settanta.
Ognuno ha il proprio personal computer, anzi device
Non possiamo fare a meno di girare inebetiti con un uno smart-qualcosa per sopperire alla nostra sempre minore necessità di intelligenza; e mi ritornano alla mente le critiche che si narra Socrate muovesse alla scrittura per la sua capacità di limitare l'esercizio della memoria e quindi della cultura.
L'intelligenza artificiale pensa per quella umana?
Neppure per scherzo, le applicazioni informatiche, le apps, sono appunto qualcosa che viene applicata, non di certo qualcosa che agisce autonomamente.
La facilità di calcolo dei nuovi sistemi tascabili, non a caso i computer venivano chiamati calcolatori, rendono questa parvenza di intelligenza che in realtà non è altro che una lunghissima sequenza di operazioni il più delle volte elementari.
L'intelligenza sta nella scelta, come sempre.
E' realmente smart chi istruisce i calcolatori, chi sa interpretare o condurre le necessità e a tal fine crea algortmi logici che permettano semplificazioni materiali.
Ciò che realmente è cambiato non è il mondo o il modo di pensare, ma il numero di operazioni al minuto che si possono eseguire.
In pratica questa semplificazione tecnologica, questa idea che sia tutto più facile e immediato, non è altro che una estrema complicazione che sfugge alla nostra comprensione.
E così ci troviamo tecnologicamente avanzanti, a toccare schermi intelligenti mentre la scomparsa di menu di scelta non ci lascia che reazioni indotte come quelle di una scimmietta da laboratorio.
E' davvero questo ciò che immaginavamo dall'era della comunicazione?
venerdì 4 luglio 2014
Qualità marginale della vita
oppure della morte.
In questo periodo di rinnovamento dovuto all'impatto delle nuove teconologie informative, stiamo soffrendo dell'incapacità previsionale della politica "glocale", ovvero quella nazionale.
Sembra che nessuno si sia accorto della lottizzazione del Sistema paese avvenuta negli ultimi venti anni, di come grandi famiglie, ognuna con i propri contatti, si siano spartite le infrastrutture nazionali e abbiano goduto dei benefici del rientro dei soldi prelevati ai loro dipendenti attraverso le imposte.
Lo stato finanziava carrozzoni parastatali che non rispettavano le prescrizioni normative, creando una spirale di decrescita quasi circoscritta. Il controllo dell'informazione interna ha creato una sorta di sigillo, rotto soltanto dalla necessità internazionale di aderire alla UE.
Questo sistema iniziò a scricchiolare quando si entrò nell'euro, la una tantum di prodiana invenzione sembrò l'ultima chiamata alla credibilità.
Una chiamata che nessuno colse.
L'idea di aver preso il treno al volo riempì di euforia la nostra classe dirigente che continuò a smembrare e lottizzare (Telecom Italia, Autostrade, Ferrovie) senza notare la piccola falla nel sigillo, quella Costituzione europea che in sordina venne approvata.
Il giorno in cui approvammo il trattato di Lisbona e mettemmo in comune la nostra autorità, il resto dei nostri coinquilini pretese che tenessimo fede agli impegni e ancora oggi ce ne chiede conto.
Così, come se tutto fosse apparso di punto in bianco, oggi scopriamo che i treni arrivano in ritardo, che la corruzione di corte è dilagata intaccando le risorse e le infrastrutture del Paese.
I cortigiani si scoprono dei leccapiedi, i politici dei fantocci, i cittadini delle ottuse e inconsapevoli marionette conquistate con promesse di ricchezza, come i nativi americani allettati con specchietti e alcol.
E la qualità della vita è in calo marginale.
Quel tanto da disincentivare la rivoluzione, quel poco da sembrare passeggera. Sembra che la ripresa sia dietro l'angolo eppure la crisi dura da oltre vent'anni.
La politica locale fa promesse che non può mantenere, viviamo con una struttura sociale ancora troppo evoluta, gonfiata dalla Guerra fredda, alimentata dalla distrazione colpevole di chi non voleva vedere.
Se l'appetibilità marginale della vita cala, crescerà quella della morte. Una soluzione in natura c'è sempre. Andrà tutto bene e se non sarà così, andrà comunque e sempre nell'unico e miglior modo possibile.
In questo periodo di rinnovamento dovuto all'impatto delle nuove teconologie informative, stiamo soffrendo dell'incapacità previsionale della politica "glocale", ovvero quella nazionale.
Sembra che nessuno si sia accorto della lottizzazione del Sistema paese avvenuta negli ultimi venti anni, di come grandi famiglie, ognuna con i propri contatti, si siano spartite le infrastrutture nazionali e abbiano goduto dei benefici del rientro dei soldi prelevati ai loro dipendenti attraverso le imposte.
Lo stato finanziava carrozzoni parastatali che non rispettavano le prescrizioni normative, creando una spirale di decrescita quasi circoscritta. Il controllo dell'informazione interna ha creato una sorta di sigillo, rotto soltanto dalla necessità internazionale di aderire alla UE.
Questo sistema iniziò a scricchiolare quando si entrò nell'euro, la una tantum di prodiana invenzione sembrò l'ultima chiamata alla credibilità.
Una chiamata che nessuno colse.
L'idea di aver preso il treno al volo riempì di euforia la nostra classe dirigente che continuò a smembrare e lottizzare (Telecom Italia, Autostrade, Ferrovie) senza notare la piccola falla nel sigillo, quella Costituzione europea che in sordina venne approvata.
Il giorno in cui approvammo il trattato di Lisbona e mettemmo in comune la nostra autorità, il resto dei nostri coinquilini pretese che tenessimo fede agli impegni e ancora oggi ce ne chiede conto.
Così, come se tutto fosse apparso di punto in bianco, oggi scopriamo che i treni arrivano in ritardo, che la corruzione di corte è dilagata intaccando le risorse e le infrastrutture del Paese.
I cortigiani si scoprono dei leccapiedi, i politici dei fantocci, i cittadini delle ottuse e inconsapevoli marionette conquistate con promesse di ricchezza, come i nativi americani allettati con specchietti e alcol.
E la qualità della vita è in calo marginale.
Quel tanto da disincentivare la rivoluzione, quel poco da sembrare passeggera. Sembra che la ripresa sia dietro l'angolo eppure la crisi dura da oltre vent'anni.
La politica locale fa promesse che non può mantenere, viviamo con una struttura sociale ancora troppo evoluta, gonfiata dalla Guerra fredda, alimentata dalla distrazione colpevole di chi non voleva vedere.
Se l'appetibilità marginale della vita cala, crescerà quella della morte. Una soluzione in natura c'è sempre. Andrà tutto bene e se non sarà così, andrà comunque e sempre nell'unico e miglior modo possibile.
giovedì 19 giugno 2014
La corruzione e felicità della competizione
La corruzione è certamente felicità, altrimenti non se ne capirebbe l'utilità.
Felicità indirette, poiché non penso che la violazione cosciente le norme giuridiche e sociali possa, salvo rari casi di soggetti antisociali, procurare da sola uno stato di euforia e benessere.
La felicità è data quindi dall'anticipazione del benessere che deriverà dal godere dei frutti della corruzione. Con i soldi in contanti che verranno corrisposti oppure gli utili indebitamente racimolati, daranno agi e benessere in quantità superiori alla competizione onesta e rispettosa delle regole.
La competizione
E' il motore delle attività umane, non è in genere tanto importante raggiungere il proprio obiettivo, quanto superare gli altri. E' fondamentale, nel contesto sociale essere i primi, i migliori, non già avere a sufficienza o migliorare continuamente sé stessi.
Felicità indirette, poiché non penso che la violazione cosciente le norme giuridiche e sociali possa, salvo rari casi di soggetti antisociali, procurare da sola uno stato di euforia e benessere.
La felicità è data quindi dall'anticipazione del benessere che deriverà dal godere dei frutti della corruzione. Con i soldi in contanti che verranno corrisposti oppure gli utili indebitamente racimolati, daranno agi e benessere in quantità superiori alla competizione onesta e rispettosa delle regole.
La competizione
E' il motore delle attività umane, non è in genere tanto importante raggiungere il proprio obiettivo, quanto superare gli altri. E' fondamentale, nel contesto sociale essere i primi, i migliori, non già avere a sufficienza o migliorare continuamente sé stessi.
Il miglioramento continuo non è interessante, che gusto c'è a pensare che la felicità è nella competizione e non nel risultato? Perchè mi risuonano in mente le placide parole del Barone de Coubertin?
"L'ìimportante è partecipare"
La felicità della competizione, la partecipazione quale stimolo interiore, è però un aspetto che riguarda solo quei soggetti che abbiano raggiunto una sufficiente cognizione di sé, che siano abbastanza colti, piuttosto autocritici e soprattutto che abbiano ben chiaro cosa si aspettano di raggiungere e in che maniera
Non tutti sono disposti a vivere nell'inganno pur di ottenere benefici sociali.
La maggior parte delle persone neppure riesce a soddisfare sé stessa e passa la vita a rincorrere obiettivi esterni in genere posti da qualcuno che ha interesse che vengano, non raggiunti, bensì inseguiti.
E così la felicità diventa non già il piacere della competizione, bensì il raggiungimento di un traguardo che si sposta sempre, fino a sublimare in una vita oltre la vita, in qualcosa di intangibile e sperato che certifica l'assenza della felicità terrena, lasciando disperatamente alla ricerca di qualcosa che possa surrogarla nell'immediato.
La corruzione è la resa
Un timido tentativo di vincere prima dell'arrivo, un modo per anticipare il premio che però non considera le sanzioni, morali e giuridiche, della scorciatoia.
La vera felicità è nella competizione, nel piacere della competizione franca che nutre lo spirito dell'atleta, nell'onestà di sapersi campione non già per aver superato gli altri, ma per non aver tradito sé stesso.
La felicità non si compra, si costruisce con il sudore e l'onestà.
"L'ìimportante è partecipare"
La felicità della competizione, la partecipazione quale stimolo interiore, è però un aspetto che riguarda solo quei soggetti che abbiano raggiunto una sufficiente cognizione di sé, che siano abbastanza colti, piuttosto autocritici e soprattutto che abbiano ben chiaro cosa si aspettano di raggiungere e in che maniera
Non tutti sono disposti a vivere nell'inganno pur di ottenere benefici sociali.
La maggior parte delle persone neppure riesce a soddisfare sé stessa e passa la vita a rincorrere obiettivi esterni in genere posti da qualcuno che ha interesse che vengano, non raggiunti, bensì inseguiti.
E così la felicità diventa non già il piacere della competizione, bensì il raggiungimento di un traguardo che si sposta sempre, fino a sublimare in una vita oltre la vita, in qualcosa di intangibile e sperato che certifica l'assenza della felicità terrena, lasciando disperatamente alla ricerca di qualcosa che possa surrogarla nell'immediato.
La corruzione è la resa
Un timido tentativo di vincere prima dell'arrivo, un modo per anticipare il premio che però non considera le sanzioni, morali e giuridiche, della scorciatoia.
La vera felicità è nella competizione, nel piacere della competizione franca che nutre lo spirito dell'atleta, nell'onestà di sapersi campione non già per aver superato gli altri, ma per non aver tradito sé stesso.
La felicità non si compra, si costruisce con il sudore e l'onestà.
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