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domenica 26 marzo 2017

Alla disperata ricerca di un motivo per restare

... non faccio che trovare motivi per andarmene.

Questa è la crudele situazione di un quasi expat che deve partire.

Crudele perché in fondo nessuno di noi, per quanto triste appaia, vorrebbe lasciare il luogo della propria infanzia. Ancora di più se è una città come Genova, che ha degli emigranti un ricordo vivido e recente.

Ma se ghe penso, dice la canzone di Mario Cappello

E io che parto quasi un secolo dopo non posso che ricordarne le parole, impresse nella mente come un inno nazionale e ricordare la nostalgia che avrò quando sarò lontano, nel tempo e nello spazio dalla mia terra.

Eppure non posso restare, un vagito mi ricorda che il futuro non è mio.

E ascolto Creûza de mä di Fabrizio De Andrè e mi commuovo, come mai ho fatto prima, perché in fondo il ricordo di una bambina saltellante du una mattonata rossa, mai mi è parso così definitivo.

E penso alla Genova degli anni sessanta, al porto, all'economia marittima, vestigia di un passato imponente in cui i Genovesi dominavano i commerci e il mare.

Penso alla Genova del diciottesimo secolo e alla sua grande intraprendenza finanziaria

Penso a tutto quello che è stato e poi guardo il mondo di oggi.

Sul ciglio della quarta rivoluzione industriale, il mondo si organizza per rivoluzionare tutti i paradigmi socio-culturali, per abbandonare quell'idea di Stato che il Rinascimento ci ha regalato, per abbandonare la civiltà delle nazioni e portarci in un sistema interconnesso di relazioni orizzontali, un'infinita interazione peer to peer, dove ogni aspetto della società sarà diverso da quelle gerarchie formali che hanno costellato la storia dell'uomo dagli albori.

E' l'era delle macchine, della loro intelligenza artificiale, che non appare diversa dalla nostra intelligenza naturale, se non nel potenziale infinito e nella loro infinita capacità di relazione.

Dove l'uomo ha fallito, riusciranno le macchine, dove l'individuo cicala ha consumato le proprie risorse, le macchine formica porranno le basi per un futuro sostenibile.

E mi ritrovo su una scogliera, dinnanzi al Golfo di Genova, ad osservare un futuro remoto e visionario in cerca di segnali nel presente.

Nulla di tutto questo esiste nella mia città.

In questa Genova in cui la gente insiste a voler mandare fax, in cui i documenti ufficiali vengono stampati su fogli enormi da stampanti ad aghi dell'altro secolo, in una città le cui infrastrutture sono vecchie e logore, dove la mobilità è un lusso per quei pochi che potevano permettersi un'automobile nei primi anni del novecento;
In una Italia in cui quasi nessuno parla adeguatamente una lingua straniera, anche se in un'Europa in cui una buona parte degli abitanti ne parla due, in una nazione che pensa al proprio futuro nel manifatturiero e non ha capito che le macchine non hanno bisogno di oggetti totemici come ne ha bisogno l'uomo e men che meno hanno bisogno di un dio o della politica.

In questo contesto culturale, guardo il mare, il mio mare, e cerco un motivo per restare, trovando soltanto una folla di motivi per andarmene.

Tornerò ancora, a vedere Boccadasse credendo che lì ci sia la mia creûza de mä,
Tornerò per andare a Righi a guardare la città dall'alto e a ritrovare con lo sguardo tutto ciò che mi è stato più caro,
Tornerò...
Ma è veramente giunto il momento di andare e scrivere un futuro che sia all'altezza dell'amore che provo per la mia famiglia.

lunedì 3 novembre 2014

I miei primi quasi quarant'anni

Non sono poi così diversi dai primi trentanove e suppongo neppure dai primi quarantuno, se non nella parte marginale che risulta rilevante soltanto dell'immediatezza della celebrazione.

La valutazione però si fa nel complesso, così posso farla senza problemi seppure manchi ancora un giorno o quasi.

Quando iniziai il mio percorso in questa valle di lacrime lo feci contro il fato, giàcché rischiai di morire strangolato alla nascita.
Da quel momento tragico posso dire che è stata tutta discesa ma ripidamente in salita, perché costellata da un paio di altri eventi di quel calibro, qualche volo in moto, qualche commozione cerebrale e tanta, ma tantissima voglia di migliorare me stesso.

Affrontare sfide è quello che credo di aver saputo fare meglio fin'ora.

Il che non coincide assolutamente con la vittoria. Affrontare una sfida significa semplicemente mettersi in gioco con qualcosa che riteniamo più grande di noi. Significa tentare di raggiungere un obiettivo alto, significa non accontentarsi di quello che abbiamo ottenuto o di quello che facilmente possiamo avere.

Il paradosso sociale è che i momenti significativi di una vita sono quelli in cui si cambia. Che ci sia un rituale sociale o meno, il cambiamento è da sempre al centro di vite che tentano disperatamente di conservare lo status quo.
La gente è normalmente terrorizzata dal cambiamento, seppure cerchi di esorcizzarlo attraverso riti di passaggio e definizioni precostituite. Si diventa adulti quando si compiono i diciotto anni, ci si sposa, si fa la prima comunione, si va in pensione e per ognuno di questi momenti si fa una grande festa.

Eppure celebrare il momento di passaggio da una condizione ad un'altra lascia un vuoto enorme.

Impedisce di percepire il continuo divenire, quella sorta di scorrere idraulico del tempo che leviga gli spigoli del nostro essere regalandoci una forma armoniosa in perpetua evoluzione.

Anni fa decisi di non voler sapere chi o cosa fossi, ma di voler disperatamente esserlo. E così divenni figlio, studente, fratello, operaio, scrittore, geometra, sportivo, amante, inventore, eremita, webmaster, allenatore, mecenate, giornalista, consulente, fidanzato e presto padre.

Ma soprattutto, in questo periodo di tempo che varia sempre in maniera marginale, divenni qualcosa che diversamente non avrei potuto essere; felice.

giovedì 27 giugno 2013

The End

Mi piace iniziare con la fine.
Ogni inizio è sempre originato da una fine, ed è perfino banale dirlo, così quando finisce la notte inizia il giorno e alla fine di un giorno ne inizia un altro.
Alla fine della vita ne inizia una nuova.
Metafisica.
Ed è quella che inizia oggi in questa memorabile data che non ricordo, con queste parole indelebili che dimenticheremo presto e con tutti i propositi del nuovo anno che neppure abbiamo pensato di ricordare.
Parole al vento, rivolte al futuro che appena dette sono già dietro le nostre spalle, come se vivere fosse un incedere controvento e morire niente più che un punto fermo, l'unica certezza cronologica di una vita precariamente legata all'infinità.
Così se oggi rinasco, da qualche parte (nel tempo) devo pur essere morto. Cambio pelle, forma e spirito; lascio il bozzolo e dono il mio futuro a queste parole che neppure più ricordo.