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lunedì 12 febbraio 2018

Dal Vaffa alle sparatorie, istigare all'odio genera odio...

... con una crescita esponenziale che difficilmente si ferma.

L'Italia si deve aspettare nuovi anni di piombo, di un nuovo confronto cieco basato sulla contrapposizione ideologica.
Nulla di diverso dagli estremismi religiosi, gente che senza riflettere parteggia per un'idea che di vero ha solo l'essere ripetuta.

E così la reiterazione delle offese concede l'alibi della difesa, che spesso trascende il gesto

Inizia con un Vaffa...si risponde con un calcio
a cui risponde una bastonata
e in un attimo si spara un colpo.

Gente persa in un'oblio di valori e di risorse che sfoga la propria insoddisfazione contro il diverso.

antifascisti che generano fascisti
bianchi che creano neri
buoni che identificano i cattivi

E se la mattina ci si insultava quasi per scherzo, è già sra quando ci si rende conto che qualcuno è morto senza un motivo valido.
E a quel punto, quando la violenza ha seminato un'intera generazione di adepti, sarà difficile estirparne gli effetti.

Gli anni di piombo furono tali perché c'era gente disposta a sparare per i propri ideali o i propri interessi.
La rinascita delle organizzazioni criminali storiche, spesso in mano a ragazzini, non è un segnale allarmante di come si stia perdendo una generazione?

Se questi ragazzi crescono nell'odio e nella violenza, possiamo aspettarci che in futuro vogliano creare un mondo governato dall'amore e dall'armonia?
Queste riflessioni appaiono scontate a chi le ha fatte, ma assurde e lontane a chi, per il carnevale, traveste i figli da boss della camorra
Nel futuro di questo paese ci saranno anni bui in cui torneranno Guelfi e Ghibellini, torneranno Rossi e Neri, torneranno Polentoni e Terroni, in cui l'odio crescerà a dismisura.

E in questo delirio orgiastico di contrapposizioni grottesche, gli unici che saranno eternamente assenti, come dalle righe della nostra Costituzione, saranno gli Italiani.

sabato 25 novembre 2017

Black Friday, se questo è un uomo

... perché per me qualcuno non lo è.
 
Vorrei iniziare con il citare Primo Levi e la sua poesia introduttiva al romanzo.
Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza per ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.
 A questo punto credo di aver detto tutto, almeno in estrema sintesi, ma vediamo di definire meglio il mio punto di vista.

C'è una soglia sotto la quale non ci si può più definire esseri umani e Primo Levi, raccontando la triste storia di degrado imposta agli internati dei campi di concentramento, richiama alla nostra attenzione proprio la definizione di questa soglia.
Con la poesia introduttiva getta le basi per la seguente riflessione, perché il lettore non possa perdersi nella narrazione del romanzo e abbia sempre presente che ci sono persone che vengono ridotte ad una condizione inumana.

Poi c'è il Black Friday


E mi chiedo come sia possibile ridursi in questo modo solo per accaparrarsi oggetti a prezzo scontato.

Sono questi uomini?

Direi proprio di no, direi piuttosto che sono persone ridotte in schiavitù da una sovrastruttura sociale fatta di lusso a basso costo.
Sono uomini quelli che si riducono a picchiarsi per comprare beni di consumo a basso costo che diversamente non potrebbero permettersi?

Sono uomini forse, come lo siamo noi e come lo erano i carcerieri dei campi di concentramento, come lo è chiunque possa decidere del proprio destino e infine agisce in maniera violenta ed egoista.

L'uomo forse è proprio questo, e come suggeriva Primo Levi, chi è privato della possibilità di farsi del male da solo, ma viene maltrattato dagli altri, non lo è.



domenica 19 marzo 2017

Xenofobi multiculturali

... ovvero siamo tutti figli dell'ignoranza e orfani dell'ugualmente diverso.
Ho recentemente visto la foto di un locale di S.Francisco, California.
C'era un cartello con scritto "open" (aperto) in lingua inglese e sotto la stessa scritta in cinese. Eppure la California è una ex-colonia spagnola, diventata poi parte del Messico, resasi indipendente è poi entrata negli Stati Uniti d'America nel 1850.
Ancora oggi una grande parte della popolazione parla spagnolo, senza contare poi che è stata colonizzata, nella seconda metà del XIX secolo da Europei e che oggi, grazie all'economia trainante della Silicon Valley è una delle regioni mondiali con la più alta mescolanza di culture.

Eppure la California ha un presidente federale xenofobo, recentemente eletto dalla quasi maggioranza (perché in america funziona così) della popolazione.

E cosa c'entra l'ignoranza?

Forse c'entra perché, come in California, l'Italia e l'Europa sono state "assemblate" alla stessa maniera.
Forse che il Piemonte sabaudo fosse Italia prima del 1861?
Forse che la Spagna non ha vissuto in bilico tra Cristianesimo e Islam per secoli?
Forse che nel 1850 a Milano non si combattevano gli Austro-ungarici che poi hanno perso la prima guerra mondiale e da stato pan-europeo sono diventati due piccoli staterelli mittleuropei?
Forse che Il Centro Italia non era diviso tra Stato pontificio, Granducato di Toscana (filo Asburgico), Regno Borbonico fino al 1870?

Ma cosa c'entra la politica con la migrazione dei popoli?

Già, perché i Barbari che invasero l'Italia romana non erano gente?
Già, perché i Romani invasi dai Barbari erano tutti nati a Roma e non venivano da tutte le parti dell'Impero?
Già, perché i Francesi e gli Austriaci che hanno dominato l'Italia nel periodo risorgimentale non portavano valori e popolazioni dai loro territori?
Credete davvero che tutta questa gente se ne sia andata lasciando intatta la "purezza razziale" degli Italiani che non sarebbero esistiti per secoli a venire?
Voi che avete qualche parente straniero, uno zio d'America, un cugino figlio di emigranti italiani che a loro volta hanno arricchito di italianità la cultura ospitante.

Quando mangiate la "pizza americana" in qualche catena o le "tagliatelle alla Alfredo", o quando mangiate un "hambuger di chianina", oppure l'insalata russa che (in Francia chiamano "piemontese") non pensate mai che tutto questo esiste proprio perché in ogni momento storico c'è stata interazione sociale tra popoli e culture diverse?

Beh, spero che questo post possa stimolare la riflessione e magari una visione più ampia delle dinamiche sociali e delle opportunità che la contaminazione culturale offre.
Oppure possiamo solo pensare al quotidiano e a lasciare in mezzo alla strada chi cerca di migliorare la propria condizione.

Perché in fondo se al loro paese c'è la fame, sono solo fatti loro, possono sempre emigrare in America come fecero i nostri zii.
I nostri avi non andavano mica sui barconi stracarichi e in ristrettezze economiche (vedi foto)
 
Là sì che c'è posto per tutti, mica come qui che siamo troppo impegnati a rinnegare l'essenza stessa della storia europea.
Perché l'ignoranza alla base della xenofobia sta tutta qui, nel pensare di essere puri e soprattutto migliori di qualcuno che in fondo non è niente altro che ugualmente diverso da noi.

lunedì 16 gennaio 2017

La madre dei Cre...tesi è sempre incinta

... parafrasando un noto modo di dire.

Ora oltre ai Cretesi, gli Italiani, i Turchi e gli Americani abbiamo i cittadini del Regno di Gaia.

Lo so perché recentemente è stato rimandato in Italia un cittadino italiano che all'aeroporto di Bucarest ha mostrato un passaporto dell'autoproclamato Regno di Gaia e si è qualificato come discendente del Regno di Tiamat.
Non è stato neppure contestato alcun reato poiché "il documento è così farlocco che il falso non è contestabile: reato impossibile. Perché il passaporto mondiale di un «discendente del Regno Tiamat» non può essere nemmeno la copia artigianale di un documento vero".

Da una breve ricerca è emersa una pagina Facebook che riporta una citazione:
"Meno umani, più Natura" attribuita da loro alla signora Estinzione,
nonché un altro articolo del 2014 quando pare lo stesso sardo si rese colpevole di guidare un veicolo con targa non idonea, sempre del Regno di Gaia.

Tralasciamo il fatto che percoli ignoranza da ogni parola, e soffermiamoci sulla stupidità.

La stupidità (vedi titolo) è una dote di larga diffusione e in continua espansione.
E' proporzionale al numero degli individui e quindi ahimé incontenibile.

E' vero che ogni nazione sia nata prima dall'idea di qualcuno, ma anche che questo qualcuno abbia vissuto e prosperato prima in uno stato reale e noto ai più.
Questi signori sostengono una realtà alternativa in cui tutto quello che conosciamo noi è privo di valore e per contestarlo partono, guarda caso, dal ripudiare multe e pagamenti.

Mica contestano la legittimità della sovranità sabauda da cui discende la Repubblica, contestano e basta, considerandosi dei prescelti a cui tutto è concesso.

Non era meglio quando invece degli stati si inventavano religioni?
Passi per la rivoluzione francese o bolscevica, che in fondo partivano da un sistema e cercavano di migliorarlo;
Passi la diaspora degli ebrei o la rivoluzione di Maometto;
Passino anche leghisti e grillini perché in fondo abbaiano ma non mordono;

Ma non passa il Regno di Gaia, che contesta l'esistenza di quello che serve a loro per contestarne l'esistenza. Parlano la lingua di uno stato che non esiste, usano documenti simili a quella degli stati che non esistono, ripudiano le persone attraverso le persone in favore della natura.
Dicono di voler estinguere la popolazione e di voler tornare nei boschi, e lo fanno su Facebook.

Ma allora perché non farlo direttamente?

Insomma, siamo al solito paradosso per cui si spaccia per ovvia una contraddizione così estrema da non venire rilevata dai più.
Dio è onnipotente, ma tu hai libero arbitrio;
Se ti privi di ogni volontà in vita, potrai avere ogni cosa che vuoi in paradiso (grazie, ormai non voglio più niente);
Se andiamo nei boschi e ci estinguiamo staremo meglio.

E intanto tra una verità "tautologica" incontestata e l'altra passa una richiesta di denaro, sia chiaro una erogazione liberale per la causa, tutto pulito, ve lo certifica direttamente quello che prende il vostro denaro
"Il Regno Sovrano di Gaia non ha abbandonato i suoi sostenitori.
I recenti avvenimenti in politica interna ed internazionale, oltre agli importantissimi cambiamenti della nostra società che giornalmente tempestano le pagine di attualità ed i servizi di informazione, ci hanno portato ad attivarci per la formulazione di nuove proposte di legge volte a garantire i diritti per cui combattiamo ed a raggiungere i nostri obiettivi storici.
Abbiamo ricevuto numerosissime e-mail e lettere nella nostra sede amministrativa e tutte chiedevano a gran voce come sostenerci localmente.
Abbiamo pertanto richiesto fondi utili alla promozione del nostro colore politico, affondando larga la mano nei fondi che voi stessi avete pagato con le vostre tasse per favorire la libertà nel nostro meraviglioso paese.
Probabilmente questo genererà un aumento delle imposte comunali in alcune regioni del Centro-Nord e del Sud Italia ma nulla sarà vano e porterà finalmente il governo ad ascoltare la nostra voce.
Per tale ragione, il Regno Sovrano di Gaia dice GRAZIE a tutti i suoi sostenitori e comunica che presto sarà possibile versare una offerta libera di importo pari o superiore agli €142,70 direttamente presso i patronati dei vostri rioni."
E nel frattempo, sempre per dare maggiore risalto al fatto che si voglia uscire dalla società,  ci candidiamo in politica.

Il mondo cambia, grazie a questi innovatori sociali con più risposte che domande.
Dieci anni fa avevamo il Movimento Cinque Stelle, fra dieci anni avremo il Regno di Gaia sulla terra.
E c'è sempre qualcuno pronto a parlare ai figli della madre dei Cre...tesi.

sabato 3 dicembre 2016

Per favore non studiate!

... mi rivolgo ai giovani.
 
Quando vi esorteranno a farvi una cultura, 
non date retta a chi lo farà.
 
 
Farsi una cultura è un'attività impegnativa che implica ore, mesi, anni di studio e di informazione, magari di permanenza scolastica, di studi universitari.
 
Tutta questa attività vi obbligherà a conoscere molte e diversificate nozioni, vi obbligherà ad usare il cervello per metterle in relazione e magari creare qualcosa di innovativo, qualcosa che talvolta potrebbe anche migliorare la vita degli altri.
 
Tanta cultura stimolerà la vostra saggezza, vi renderà più coscienti di ciò che siete, vi indurrà a studiare la filosofia e la psicologia nel tentativo di comprendere meglio l'origine e il fine del pensiero umano, vi renderà perfino consapevoli della vostra ignoranza.
 
Ma alla fine di tutta questa fatica, 
giunti in età avanzata, 
tirerete le somme per scoprire che l'unica cosa che realmente vi avrà dato la cosiddetta cultura, sarà la consapevolezza di quanto la gente sia ignorante e superficiale.
Scoprirete che tutta la vostra conquista interiore sarà raramente splendibile, che quasi nessuno comprenderà i meandri del vostro animo, come neppure le vostre sagge e argute parole.
 
Per favore, non approfondite, non studiate, non conoscete, non pensate
... fermatevi finché siete in tempo.

giovedì 29 settembre 2016

Il circo e il cambiamento impossibile

...mutatis mutandis dicevano i latini.

In un momento di trasformazione sociale mi è tornato alla mente un testo che scrissi il 21 febbraio 2012 e che ripubblico in calce a questo post.

Il mondo cambia e masse inermi non perfettamente pensanti si muovono alla ricerca di qualcosa che non conoscono e che neppure sanno come cercare. Seguono guide improvvisate e finiscono con l'intraprendere battaglie per gli altri, poiché non sanno fare le proprie.
Alla fin fine nel tentativo di cambiare il mondo, finiscono con l'arenarsi su aspetti marginali e secondari e a chiedersi al fine perché non sia successo nulla.

Alla ribalta c'è la vittoria elettoriale del M5S a Roma, un romanzo epico di tale forza da farmi pensare alla Raggi come una novella Odissea, o meglio una piccola Giasone alla ricerca del vello d'oro.

Penso a tutti i suoi sostenitori, molti dei quali inconsapevolmente fiduciosi,

Penso alla loro idea di cambiare il mondo partendo dal basso, come qualcuno che tenta di lavare via lo sporco immergendo i piedi in una pozza d'acqua limpida

E così ripenso a tutti quelli che si scagliano contro l'uso degli animali nel circo, nessuno dei quali si interroga sull'effettiva sanità del circo stesso.

Andare al circo mi rattrista.
Che riesca a ricordare, ci andai soltanto quando avevo già una certa età, sarò stato ventenne, unico vantaggio d'avere genitori egoisti e avari.
La maggior parte della gente si scaglia contro la prigionia degli animali, come se tenere un cane in casa non fosse paragonabile alla prigionia di animali da lavoro come sono quelli del circo.
A me rattrista la gente che lavora nel circo.
Persone che dedicano la loro vita al sacrificio per la gioia di pigri cittadini che neppure comprendono il significato della parola.
Chi lavora nel circo ha spesso respirato quell'aria fin dalla nascita, ha condiviso il destino e la fatica dei genitori, spesso senza avere o porsi scelta.
Il circense lavora alacremente sul proprio corpo per poter sviluppare le doti fisiche che ne faranno un fenomeno da baraccone. Che sia forte, elastico, ridicolo o autorevole, ogni circense non è che il prigioniero del destino che non ha quasi mai scelto.
Vestigia di una società tramontata, attualizzazione di un passato secolare che richiama gli antichi romani e l'arena. assistere agli spettacoli è così decadente, vederli saltare tra segatura, escrementi e finta allegria da pochi euro.
Fate qualcosa di buono per una piccola fetta di umanità; proibite il circo e non liberate gli animali, liberate i circensi.

Salvate i circensi, e salverete gli animali del circo.

mercoledì 27 luglio 2016

Pinocchio e le assurdità quotidiane

Mentre a Roma governano gli "onesti" (M5S) che però sembra siano collusi con l'imprenditoria locale, nello specifico vengono forniti dal PD informazioni circa la vicinanza di alcuni esponenti di rilievo del Movimento Cinque Stelle ad imprenditori del settore ambientale;

Mentre negli USA il candidato presidente (Trump) inneggia allo spionaggio internazionale affinché il Governo russo rubi i documenti della sua avversaria politica;

Mentre il Parlamento italiano è paralizzato in una riforma elettorale senza senso e senza numeri che porterà ad un referendum e per cui ogni risultato sarà una sconfitta, perché diciamocelo, se a novembre vince il sì e passa questa riforma elettorale i prossimi parlamenti saranno una barzelletta, ma se non passa continueranno ad essere una disperazione;

Mentre il Governo si appresta a finanziare gli sgravi fiscali per le ristrutturazioni a favore degli incapienti con i soldi dei risparmi privati in mano alla Cassa Depositi e Prestiti (e quindi succhiandoli ai fondi pensione) e impoverendo il Paese nel lungo periodo a favore di misure d'emergenza che ormai sostengono interi mercati i quali non possono più farne a meno;

Mentre l'amministratore delegato dell'Unità, giornale storico della sinistra italiana, rifondato con finanziamenti pubblici e l'intervento di un imprenditore edile molto vicino al PD, viene arrestato per bancarotta fraudolenta "seriale";


Mentre tutto questo accade solo in questi giorni, soltanto oggi ho letto queste notizie, che sono una piccola parte della lunga lista di assurdità che circolano da anni, mi chiedo come possa essere sostenibile una tale sequela di follie e come si possa tollerarle.

Sembra che Matteo Renzi sia l'imbonitore, il prestigiatore che distoglie l'attenzione della folla mentre persone scelte a caso si occupano di attività che non sanno gestire e con il fine ultimo di distrarre denaro dalle casse pubbliche per "salvare il salvabile" prima che il sistema Italia fallisca o sia costretto a diventare trasparente.

Io vedo un'orda di ratti che saccheggiano la dispensa mentre il gatto, d'accordo con loro, fa le fusa al padrone e mi chiedo quale padrone possa essere così stupido da fidarsi del proprio gatto.

Forse in fondo non siamo altro che un Pinocchio qualunque, un burattino di legno tonto e ingenuo senza capacità di discernimento, asini senza controllo nell'attesa di venire mangiati dalla balena, ma senza possibilità di lieto fine.

mercoledì 30 marzo 2016

L'analfabetismo e il declino sociale

... perché se molti non vedono il nesso, allora vuol dire che c'è.
Questa mattina scorrendo la pagina di facebook ho avuto il consueto piacere di leggereun post intelligentemente critico della mia amica Laura Sicignano, regista teatrale di fama internazionale, ma soprattutto dine intellettuale con una profonda dedizione all'arte e alla cultura.


Lo spunto parte da un articolo di Filomena Fuduli Sorrentino sul blog La voce di New York , un'intervista al linguista Tullio De Mauro il cui passo più rilevante può essere questo:https://mauropresini.files.wordpress.com/2013/09/analfabetismo.gif
...in età adulta le intere popolazioni sono esposte al rischio della regressione verso livelli assai bassi di alfabetizzazione a causa di stili di vita che allontanano dalla pratica e dall’interesse per la lettura o la comprensione di cifre, tabelle, percentuali. Ci si chiude nel proprio particolare, si sopravvive più che vivere e le eventuali buone capacità giovanili progressivamente si atrofizzano e, se siamo in queste condizioni, rischiamo di diventare, come diceva Leonardo da Vinci, transiti di cibo più che di conoscenze, idee, sentimenti di partecipazione solidale
Nello stesso articolo viene citato un interessante servizio Rai sull'alfabetismo, il cui relatore è lo stesso prof. De Mauro e che riporto qui sotto:


Letta l'intervista, corredata di numeri importanti sull'analfabetismo funzionale delle popolazioni mondiali, inutile dire che trai paesi OCSE l'Italia è piazzata malissimo, nascono spontanee alcune riflessioni.
Come ne usciamo?
Il 30% significa che abbiamo un ritardo di almeno (almeno, ALMENO) una generazione; ammesso che iniziamo a lavorare seriamente per la cultura, cosa che invece mi pare lungi dall'essere reale.
Dobbiamo sollecitare alla cultura almeno un altro 30% della popolazione, affinché solleciti i propri familiari. Per fare questo bisogna lavorare sugli adulti, gli stessi che preferiscono inveire che ascoltare, che preferiscono lamentarsi invece di costruire, che preferiscono ammirare seni nudi in TV invece di informarsi (non parliamo di farsi una cultura).

Tutto questo in un Paese individualista in cui lo stato è considerato servo del proprio piacere, in cui ci si compra "la jeep di Batman" come un enorme giocattolo per bambini agée. 
La società di massa qui ha fatto del suo "meglio" e ha massificato tutto cancellando ogni barlume di cultura e intelligenza, avverando le previsioni del giurista e sociologo francese Alexis De Toqueville, formulate ben oltre un secolo fa e rimaste pressoché inascoltate.

Questo è il mio punto di vista e secondo la mia opinione, non c'è speranza di cambiare le cose.
Non c'è futuro per chi non conosce il proprio passato.
Forse è meglio lasciare andare tutto, finché nuovi interessi economici non saranno in grado di ricreare le opportunità di crescita che questa Nazione ha avuto e sciaguratamente dilapidato.

giovedì 4 dicembre 2014

La politica del nonsenso

... di certo non viene inventata oggi.

affonda le proprie radici, per ciò che riguarda la cultura occidentale, nei dettami della religione cristiana allorché affermatasi attraverso l'apostolato in epoca romana.


L'esclusività della posizione sociale garantiva a chi esercitava il potere, un privilegio culturale e patrimoniale da renderlo inamovibile. Ad un tratto, al punto di rottura tra privilegi e produzione della ricchezza, irrompe la democrazia liberale.

Le persone o meglio alcuni fra loro, iniziano a pensare che l'unione possa realmente fare la forza.

Nel giro di un paio di secoli le rivolte diventano popolari, nascono le repubbliche rivoluzionarie, nasce il socialistmo, il comunismo, il marxismo, nascono i figli dei fiori che però appassiscono in fretta, almeno qui da noi.

Parallelamente, nelle gerarchie aristocratiche e borghesi si cerca di arginare l'ascesa di queste idee democratiche.
Si contengono dapprima con la repressione interna, poi con la guerra, poi con l'embargo e si sconfiggono semplicemente con il consumismo.

Ad un tratto, nel continuum spazio temporale, per niente continuo come sappiamo, arriva Albert Einstein a cui viene spesso attribuito un aforisma: «Follia è fare sempre la stessa cosa e aspettarsi risultati diversi.» Il quando è quantisticamente irrilevante, ma resta il fatto che nessuno lo ascolta.

La politica si rende democratica. Lo spartiacque della Seconda guerra mondiale lascia spazio alla militanza, al potere popolare, alla regressione apparente degli aristocratici e dei borghesi.

Il novecento appare come il secolo del popolo.

Chi deteneva il potere ai tempi delle rivoluzioni liberali si limita a staccare i biglietti e godere dello spettacolo.

La Politica, la Legge e l'Economia diventano il palcoscenico preferito dai rampolli delle famiglie bene, quasi come furono la carriera militare e quella religiosa nel medioevo.
I figli dei notabili occupano posti di rilievo nell'imprenditoria borghese e nella gestione della res publica; da lì controllano gli eccessi della passione popolare.

Si afferma così la politica del nonsenso.

Più soldi finiscono nelle tasche dei ceti inferiori, maggiore è il volume di denaro che ritorna all'origine. Più denaro si produce per assicurare il benessere della popolazione, più denaro si spende per comprare beni e servizi, per assicurarsi privilegi.
L'unica opportunità è svettare, vincere, superare gli altri e come un salmone che risale la corrente consumarsi fino alla morte nel tentativo di emergere.

Il "ceto privilegiato" smette di contenere i privilegi degli "inferiori", cresce il benessere popolare, ma allo stesso tempo cresce l'avidità di privilegi.
Da questo punto di vista i conflitti di classe del novecento sono stati una palestra interessante, risolta soltanto con la globalizzazione. Il nazionalismo che forniva grandi opportunità economiche nel XIX secolo è sublimato in globalizzazione.
La concorrenza globale tra gli imprenditori non è stata da meno del disaccordo, o meglio del disinteresse, di chi avrebbe bisogno di aggregarsi per contare qualcosa e invece è rimasto a guardare.

Ironicamente, l'allargamento della piattaforma comunicativa non ha fatto altro che separare quei gruppi di persone che avrebbero avuto maggior interesse ad unirsi.

E ancora una volta la democrazia si è dimostrata un sistema fallace.

Così, mentre la cultura si trasforma grazie alla rivoluzione digitale, le persone restano ancorate alla politica nel nonsenso.
Intrappolate in infiniti livelli di associazionismo e rappresentanza che filtrano le opportunità, che rallentano l'ascesa, che complicano ciò che in fondo sarebbe semplice.

Paghiamo per votare alle primarie di partito, per eleggere un candidato che è stato selezionato da una élite intellettuale per essere corrotto nel migliore dei casi da imprenditori d'élite, nel peggiore da criminali.
Votiamo per contare qualcosa, nell'idea che l'unione faccia la forza e produca un risultato positivo e personale per il singolo.

Quanto ci vorrà ancora perché la teoria dei giochi di Nash possa essere compresa da tutti e ci convinca che l'unione fa veramente la forza soltanto se pensiamo anche agli altri?

Nel frattempo godiamoci politici posticci, che ripetono ossessivamente ciò che vogliono far diventare reale, che ci impongono il mantra della trasparenza e della legalità per poi propinarci sempre il solito gioco delle tre carte, che tutti conosciamo ma a cui non sappiamo resistere.

Godiamoci la stupidità del nonsenso, del resto se il "salmone" conoscesse il senso della vita non si affannerebbe poi molto sulla corda tesagli da Nietzsche.

venerdì 21 novembre 2014

Smart cosa?

Perché sembra che di smart, intelligente, ci sia sempre meno al mondo. Da tempo rifletto, come tanti, sulle implicazioni di questa rivoluzione social.

Le riflessioni mi portano a riprendere spesso le teorie di Alexis de Tocqueville circa la società di massa, ma nonostante la pessimistica visione dell'intellettuale francese, a rivederla in peggio.
La rivoluzione informatica si sta volgendo ormai all'utilizzatore finale. Non è più una materia per smanettoni, ormai ogni aspetto della nostra vita viene riassunto in una "app" già chiamato programma o applicazione informatica.

Tutto è app, tutto è facile, perché si sa che la persona normalmente pigra vuole soluzioni comode. E così comodamente, dopo aver ceduto sovranità allo stato, mi rifaccio come spesso faccio a John Locke quale padre fondatore dello stato moderno, cede informazioni riservate, le più intime in assoluto, all'apparato informatico.

Siamo schiavi del device

per usare un termine esotico molto in voga fra i patiti di marketing e relazioni sociali. Per mezzo di questo attrezzo elettronico, possiamo svolgere facilmente operazioni che richiederebbero altrimenti coordinazione, maestria, pratica, fatica, tempo.

La rivoluzione smart è diventare sempre più pigri, togliersi perfino il piacere di andare a fare shopping. Diventare consumatori neurali, comprare tonnellate di oggetti senza neppure doversi alzare dal letto, per poi mostrarne foto sui social network e discuterne in chat o su skype.

Eppure fuori c'è un mondo, lo stesso mondo in cui fatichiamo tanto a creare un'immagine di noi che raramente corrisponde al vero, ma che corrisponde spesso a quella che potremmo avere se lavorassimo duramente per costruirla.
Alla stessa maniera realizziamo dei falsi noi sui social network, utilizziamo foto false o ritoccate, mostriamo i nostri lati migliori, studiamo attentamente cosa scrivere, e per fare questo usiamo uno strumento informatico.

Così accade che lo strumento che usiamo prende il controllo.


Esistono ditte commerciali che per poche centinaia di euro offrono l'accesso alle e-mail di migliaia o milioni di soggetti ignari, persone che hanno probabilmente dato il consenso informato per l'assicurazione auto o per la raccolta punti del supermercato oppure per l'accesso a facebook.

Persone che utilizzano lo smartphone continuamente, conservando le foto non ritoccate, i propri dati sensibili, la propria corrispondenza, ogni tipo di informazione personale nella convinzione di averne il controllo.
Molti hanno sentito parlare della vulnerabilità di Windows, pochi si curano di conoscere la ben maggiore vulnerabilità di Android e Apple.

La semplificazione passa per la rinuncia.

Per semplificare l'uso dei computer, per permettere l'uso di un palmare a qualsiasi essere dotato di un dito e capacità cognitive insufficienti a gestire un menu di scelta, si è deciso di sacrificare la privacy.
Oggi è sufficiente premere il dito indice in menu a scelta limitata, come fanno i bambini in età pre-scolare, e proseguire in un percorso di briciole di pane tracciato da qualche Pifferaio magico che neppure conosceremo mai, il cui intento è condurci sull'orlo di qualche dirupo digitale utilizzando le informazioni lasciate incustodite all'interno del nostro device.

E' finità l'epoca della riservatezza, è caduto ogni barlume di privacy, così come sono diventate superflue l'intelligenza e la capacità di adattamento ambientale che avevamo in quanto animali.

E in questo mondo di facciate e traffico di dati fittizi, per essere diversi e non lasciare spazio al ricatto sociale, non ci resta che un'ultima residuale alternativa; essere onesti.

venerdì 4 luglio 2014

Qualità marginale della vita

oppure della morte.

In questo periodo di rinnovamento dovuto all'impatto delle nuove teconologie informative, stiamo soffrendo dell'incapacità previsionale della politica "glocale", ovvero quella nazionale.

Sembra che nessuno si sia accorto della lottizzazione del Sistema paese avvenuta negli ultimi venti anni, di come grandi famiglie, ognuna con i propri contatti, si siano spartite le infrastrutture nazionali e abbiano goduto dei benefici del rientro dei soldi prelevati ai loro dipendenti attraverso le imposte.

Lo stato finanziava carrozzoni parastatali che non rispettavano le prescrizioni normative, creando una spirale di decrescita quasi circoscritta. Il controllo dell'informazione interna ha creato una sorta di sigillo, rotto soltanto dalla necessità internazionale di aderire alla UE.

Questo sistema iniziò a scricchiolare quando si entrò nell'euro, la una tantum di prodiana invenzione sembrò l'ultima chiamata alla credibilità.

Una chiamata che nessuno colse.

L'idea di aver preso il treno al volo riempì di euforia la nostra classe dirigente che continuò  a smembrare e lottizzare (Telecom Italia, Autostrade, Ferrovie) senza notare la piccola falla nel sigillo, quella Costituzione europea che in sordina venne approvata.
 Il giorno in cui approvammo il trattato di Lisbona e mettemmo in comune la nostra autorità, il resto dei nostri coinquilini pretese che tenessimo fede agli impegni e ancora oggi ce ne chiede conto.

Così, come se tutto fosse apparso di punto in bianco, oggi scopriamo che i treni arrivano in ritardo, che la corruzione di corte è dilagata intaccando le risorse e le infrastrutture del Paese.
I cortigiani si scoprono dei leccapiedi, i politici dei fantocci, i cittadini delle ottuse e inconsapevoli marionette conquistate con promesse di ricchezza, come i nativi americani allettati con specchietti e alcol.

E la qualità della vita è in calo marginale.

Quel tanto da disincentivare la rivoluzione, quel poco da sembrare passeggera. Sembra che la ripresa sia dietro l'angolo eppure la crisi dura da oltre vent'anni.
La politica locale fa promesse che non può mantenere, viviamo con una struttura sociale ancora troppo evoluta, gonfiata dalla Guerra fredda, alimentata dalla distrazione colpevole di chi non voleva vedere.

Se l'appetibilità marginale della vita cala, crescerà quella della morte. Una soluzione in natura c'è sempre. Andrà tutto bene e se non sarà così, andrà comunque e sempre nell'unico e miglior modo possibile.

mercoledì 4 giugno 2014

Biologia della sintesi

la modernità, in sintesi.

Non possiamo identificare l'origine del nostro essere, in quanto troppo impegnati a sintetizzare, a riassumere a comprimere l'essenza per scoprire da dove veniamo e chi siamo, ammesso che possa ancora avere un senso porsi questo domande in un mondo non più positivista, in un'epoca di dubbi e surrealismo.
Viviamo in un mondo in cui i prodotti di sintesi sono ovunque e ci sembra normale vivere dei risultati della ricerca industriale novecentesca, la cui tecnologia ha permesso di realizzare in laboratorio prodotti ben più efficaci di quelli ottenuti dalla natura.

Non ci sono più soltanto prodotti, oggi abbiamo anche esseri sintetici.

La sintesi industriale ha trovato il proprio apice al termine del secolo breve con la genetica. Se dapprima si ricreavano oggetti, ingredienti, semplici elementi, ad un tratto si è iniziato a replicare esseri viventi.
La manipolazione genetica ha permesso di sintetizzare forme di vita mai viste prima, di rendere i pomodori più succosi e il grano più resistente, di replicare pecore e manipolare cellule staminali per fornire pezzi di ricambio in serie per esseri umani.

Abbiamo sintetizzato la vita.

Senza che neppure il Dr. Frankenstein se ne accorgesse, siamo andati ben oltre l'ideale romantico di quel personaggio letterario creato, sintetizzato forse, dalla penna della visionaria Lady Shelley. Ed è proprio attraverso quell'onirica rappresentazione della rinascita che possiamo immaginare come la sintesi arrivi alla comunicazione.

Nell'epoca della sintesi estrema, incontriamo l'estrema sintesi.

Oggi leggiamo estratti di notizie, sintesi di sintesi, sintesi al quadrato di informazioni irriconoscibili, dove non si esprime più l'oggetto, ma se ne richiama un aspetto non più lungo spesso di centoquarante caratteri. Un'informazione stroboscopica e abbagliante che non mostra che parti, momenti, frazioni e ci rende ciechi seppur vedenti.

La chimica pervade la conoscenza, diventa più semplice sapere che conoscere.

Se davvero oggi, nella frenesia sociale che comprime le nostre vite in pillole informative acritiche, è sufficiente credere di conoscere per sapere; se davvero oggi non è necessario imparare, a cosa serve il pensiero umano?
Forse la Sintesi è una nuova forma di vita, una specie post-umana la cui genesi è ormai avvenuta e che deciderà presto del destino della nostra specie, come noi abbiamo manipolato quello d'altre.

lunedì 28 aprile 2014

Nazionalisti nel mondo globale

In occasione delle elezioni europee, non è possibile ignorare come la paura del cambiamento stia generando, nelle persone meno adatte, un rigurgito nazionalista sincopato.

Sacco e Vanzetti.

Le loro vicende mi tornano alla mente ogni volta che leggo o sento commenti razzisti, ogni volta che vedo maltrattare extracomunitari la cui unica colpa sta nell'ignoranza.
La paura dello straniero affonda radici nella necessità della gente di blandirsi e cercare un colpevole diverso da sé stesso, incarnare il Diavolo per alleggerire la propria anima.

Il mondo però è globale

Poveri di ogni parte del pianeta si muovono agevolmente per sfuggire alla spazzatura e alla povertà, in cerca di un futuro migliore restano invischiati nelle maglie di un'economia i cui numeri sono cresciuti esponenzialmente.

La trasformazione culturale multietnica sta mietendo vittime ovunque. Nella necessità di favorire la comunicazione tra diverse etnie si è adottato lo stesso sistema tradizionale che rese grande la gente cinese un paio di migliaia di anni fa, Steve Jobs viene osannato quale guru della comunicazione per aver avviato un processo basato su ideogrammi.
Ciò che però non è stato considerato è che la scrittura a ideogrammi dev'essere accompagnata da profonde riflessioni filosofico-semantiche al fine di non limitare la comunicazione al segno, bensì elaborare significati articolati attraverso la combinazione e la contestualizzazione dei segni.
Se i francesi sono in grado di comprendersi pronunciando diverse parole nella stessa maniera, se gli inglesi possono attribuire significati diversi allo stesso lemma, se i cinesi possono sintetizzare concetti articolati in un simbolo, se tutto ciò è possibile è perché vi è dietro un profondo lavoro di interpretazione.

Semplificare è una procedura complessa

Non può essere fatta con leggerezza e superficialità. La nascita del formato mp3 (ancor prima forse la musica moderna), ha distrutto in un attimo il piacere di ascoltare buona musica, ha ridotto lo spazio occupato sul nostro hard disk consentendoci di conservare milioni di canzoni, nessuna delle quali di alta qualità
E così gli ideogrammi dei tablet, quelli che chiamiamo icone e si ricollegano alle cosiddette app, anche questa un'abbreviazione di application, ci permettono di semplificare, di visualizzare, di tradurre senza però considerare il significato, che del resto poco importa.

Il significato è una variabile

Da millenni cerchiamo di definire il significato delle cose senza poterci riuscire. Nietszche ci ha negato chiaramente ogni possibilità, dicendoci che tutto è vero solo nelle nostre interpretazioni, Freud, Jung che ha ripreso i classici orientali, tutti focalizzati sul significato; poi arrivano i tablet.
Di colpo tutto è omologato e il diverso ritorna sbagliato. In un'altalena di valori riviviamo il nazionalismo pre-bellico, quello che si era opposto convulsamente all'amalgama disequilibrata di popoli della Società delle nazioni e che aveva permesso la nascita delle Nazioni Unite nell'intento di creare un mondo globale.

Oggi le nazioni non sono unite

Tornano ad essere divise da prerogative ridicole, basate su simboli risibili e ignoranti del passato, mentre la capacità espressiva si disperde e si amalgama, mentre la lingua identitaria diventa un ostacolo nella comunicazione globale, andiamo a votare per l'Unione delle nazioni europee al grido nazionalistico di «siamo a casa nostra, che gli altri si adeguino».
La popolazione è schizofrenica, o forse solo ignorante. Chissà della cultura del passato cosa potrà restare, speriamo non solo l'odio per la diversità, speriamo che un lume possa sopravvivere.

mercoledì 12 febbraio 2014

Vivere nello stivale del conte Ugolino

... non può che essere fastidioso.

Un po' perché le scarpe dopo un po' fanno puzzare i piedi, un po' perché non si può far altro che vivere di calci, quelli che dai e quelli che prendi.

Questo sarà un post personale, poiché oggi avevo la nausea.

Non è un modo di dire.

Stamattina ho parlato con un amministratore di condominio, poi ricevuto una raccomandata da un ente pubblico, poi parlato di appalti con un avvocato, innocente, strano ma vero.

Ho parlato con un amministratore di condominio che non ha fatto correttamente le convocazioni assembleari per non rischiare di essere sostituito. Se voglio posso impugnare il verbale in tribunale.

Ho letto la raccomandata di un ente locale che sostiene di avermi scritto e siccome sostiene di non aver ricevuto risposta rigetta una pratica completa. Il vero motivo è la necessità di raggiungere gli standard di produttività circa le pratiche sospese per non subire tagli; se voglio posso fare ricorso al TAR e ovviamente vincerlo.

Ho parlato con un avvocato che racconta che l'appaltatore di una ristrutturazione al momento della consegna del cantiere fornisce una scala danneggiata, ma che non intende riparare o sostituire sostenendo di averla già pagata al fornitore. Se voglio posso chiedergli i danni con una causa civile.

Prima dell'ora di pranzo volevo vomitare.

Nessuno è più in grado di svolgere decentemente il proprio lavoro? Possibile che sia sempre colpa dei politici e mai dell'approssimazione? Possibile che non ci sia davvero più modo per risollevare questa nazione?

Io non voglio rivolgermi ad un avvocato.

Voglio veder riconosciuto il mio diritto di condomino di partecipare all'assemblea, voglio godere del mio diritto di cittadino ad un procedimento amministrativo corretto, voglio essere un consumatore soddisfatto del proprio acquisto.

Chiedo troppo?

Dove e quando potrò sentirmi parte di una comunità di persone che si rispettano a vicenda e lavorano per vivere in armonia pur tutelando i propri interessi?
Esiste un posto in cui ci siano cultura e intelligenza a sufficienza cosicché le persone possano creare qualcosa per il futuro, piuttosto che divorare i propri figli pur di sopravvivere?

mercoledì 11 dicembre 2013

I falsi miti del Belpaese

Da tutta la vita sentiamo dire che l'Italia è il paese degli inventori, Galileo e Leonardo sopra a tutti.

L'Italia non è il paese dei filosofi.

Ci deve pur essere un motivo se negli ultimi 300 anni non si sia praticamente fatto nulla per valorizzare la cultura italica.
Se nel rinascimento lo sviluppo dello Stivale era al massimo livello mondiale, se le repubbliche marinare commerciavano con tutto il mondo, se la Chiesa di Roma deteneva il controllo politico-finanziario indiretto sul mondo intero, il seicento vide la crescita delle culture nord-europee

Tra il '600 e il '700 persone come Spinoza, Hobbes, Kant, Voltaire, spinsero l'acceleratore intellettuale dando il via alla rivoluzione illuminista che avrebbe poi determinato la cultura mondiale fino al XX secolo, che non vide peraltro una ripresa del pensiero italico, bensì dell'ultilitarismo americano correlato alla crescita della potenza d'oltreoceano, gli Stati uniti d'america.

E l'Italia, o meglio quella "espressione geografica" come ben la definì Otto von Bismarck, si rifugiò nella sua arretratezza culturale, nell'essere provincia dell'Impero austriaco per una parte, del Regno di Spagna per un'altra, nell'appartenere ai Savoia, principi di discendenza francese, dall'altra.

L'unificazione nazionale, non fu un moto di unità popolare, ma la convergenza di interessi politici e di conquista. La liberazione dagli invasori, per molte popolazioni, non fu altro che un cambiamento di governante.
La teoria repubblicana di Mazzini e compagni si scontrò con gli interessi politici e i Garibialdini furono il mezzo per l'affermazione dei poteri esistenti, seppure sotto un nuovo nome.
Tommasi da Lampedusa nel Gattopardo, un secolo dopo lo sbarco di Marsala, fece dire ad un personaggio "bisogna che tutto cambi perché tutto resti com'è". Mai migliore analisi dell'Italia fu scritta in tutta la sua storia.

Lo Statuto albertino del 1848, aveva placato gli animi, ma neppure assomigliava a quelle carte costituzionali che in Inghilterra esistevano dal 1689, in America dal 1789 e in Francia dal 1791.
Il Regno sabaudo non era nulla di così evoluto, non come noi italiani studiamo oggi, dopo che quella dinastia ha soggiogato la penisola e i suoi sudditi hanno fatto la democrazia.

La democrazia in Italia.

Ispirata anche quella da qualcuno non italiano, immaginata sull'ideale marxista-stalinista e neppure realizzata, poiché la guerra civile che doveva servire ad affermare l'ideale democratico fu la guerra di pochi per scacciare gli ex-alleati rinnegati.
La democrazia alla fine ce la portarono gli americani, con il loro cliché fatto di coca-cola, blue jeans e rock 'n' roll. E anche in questo caso la popolazione ne rimase perlopiù inconsapevole, godendo i benefici di questo nuovo sistema economico, sguazzando in comportamenti liberali etichettati come democratici.

La Costituzione

Adottammo una Costituzione di compromesso, liberal-democratica. Copiammo malamente quella francese mantenendo i privilegi di alcune classi sociali, garantendo sbocchi politici e istituzionali ai partiti, salvaguardando istituzioni religiose e private, tutelando espressamente gli interessi locali.

Fu redatta una costituzione senza nominare gli "italiani" o il "popolo italiano", del resto nella costituzione francese non si parlava di italiani.

A partire dal 1946, come dal 1861, nessuno si preoccupò di creare una coesione nazionale; essere italiani era un palese richiamo al fascismo, unico vero moto nazionalista nella storia del paese.
Restammo tutti cittadini regionali, almeno fino al nuovo secolo, quando grazie all'Euro ci scoprimmo improvvisamente cittadini d'Europa.
La grande occasione per essere più che Italiani, divenne invece un pretesto per riscoprire l'Italia del 1861, di quella guerra di unificazione fatta con mercenari e coscritti delle campagne, da volontari ignari delle lotte di potere e che generazioni di italiani neppure avevano e avrebbero voluto.

E il proverbiale ingegno italico?

Si espresse nelle arti pratiche, nel design di metà novecento, nella moda, nell'industrializzazione di quel paese ancora così arretrato rispetto a quelle potenze che avevano abbracciato, sostenuto e sviluppato idee innovative.
L'Olanda, da piccola colonia imperiale a potenza leader mondiale in meno di due secoli, costruita sulla capacità di lavorare e con l'idea di realizzare, costruire. Nella cultura mercantile olandese, trovarono posto e ospitalità persone come l'ebreo Spinoza e il polemico Descartes; più o meno nello stesso periodo in Italia Galileo rischiava la morte, mentre Newton in Inghilterra cambiava il corso della storia della scienza.
L'ingegno italico è un falso mito che copre la cronica carenza di istruzione.
L'idea che le università italiane siano di alto livello è un retaggio ottocentesco, quando era probabile che fosse vero, ma dovremmo renderci conto che il mondo cambia e che non è sufficiente desiderare qualcosa perché si avveri.

La cultura dell'ignoranza

E' ciò che rappresenta l'Italia e gli italiani, cercare di adattare il mondo alle propria immagine, rifiutarsi di guardare oltre per non doversi sentire inferiori, piuttosto (usato qui correttamente) che guardare all'esterno per motivarsi nel miglioramento.
L'Italia aveva, vent'anni fa, la possibilità di svoltare e seguire per una volta esempi virtuosi, ma non è stato fatto.
Ora che perfino la Chiesa di Roma scende dal pulpito e si rimbocca le maniche per migliorare e crescere, la classe dirigente di questo paese non è neppure più in grado di rendersi conto che sta frazionando e svendendo quel che resta di quasi due secoli di tentativi di unione.

Ed io riesco soltanto a pensare alla Giovine Italia mazziniana, a quella creatura tanto amata che alla fine è morta vergine.

lunedì 25 novembre 2013

La falsa democrazia


Quella che si è affermata nel novecento non è democrazia.


Lo erano le intenzioni delle masse popolari che si sono sollevate, ma di certo non lo è stato nei risultati.
Se l'ideale democratico marxista era già stato "sconfitto" in Russia negli anni quaranta, nel corso della guerra fredda morirono le idee democratiche occidentali.
Negli USA gli assassini politici di Martin Luther King e Robert Kennedy sopirono gli ideali pacifisti e aprirono ad un nuovo periodo colonialista, mentre nel nostro paese l'arrivo del messaggio pacifista coincise con una strumentalizzazione politica che portò ad un crescendo anarchico che mirava di fatto a strumentalizzare masse quasi inconsapevoli.

Il concetto democratico italiano si è incarnato nella rivendicazione di interessi più o meno diffusi.
Ci sono classi e categorie che sostengono di incarnare l'interesse collettivo, quello stesso interesse che cambia forma con le circostanze.
C'è una Costituzione democratica che viene consapevolmente disattesa e ignorata a piacimento.
Non c'è rispetto della collettività ad alcun livello sociale.

Dov'è la nazione?

Non c'è nazione se non c'è una collettività di persone unite da una cultura, una lingua, un ideale, un interesse comune che nel corso del novecento, nei paesi realmente democratici, ha coinciso con il benessere.

Chi parla di benessere oggi in Italia?

Nessuno, se non quando parla dei propri interessi, mentre fa rivendicazioni economiche, mentre rivendica privilegi personali.

Chi è portavoce della collettività?

Nessuno, perché la collettività non esiste più, o non è mai esistita, visto che ancora oggi si fatica a trovare un punto di unione culturale che non sia la lingua italiana, peraltro di recente diffusione territoriale, anche se in molte zone del paese la lingua madre è ancora il dialetto.


Dov'è la nazione italiana che tanto sta a cuore a chi odia gli stranieri? E dov'è il rispetto dovuto agli altri, la rinuncia consapevole di parte della propria libertà a beneficio dei nostri concittadini?

Se non c'è alcuna intenzione di rinunciare per il bene altrui, allora non ci sarà alcuna nazione,ma soltanto una guerra di tribù che desiderano il predominio delle risorse di un dato territorio.


Se l'Italia è davvero questo, forse è meglio che sparisca senza lasciare traccia.

mercoledì 31 luglio 2013

Il mio braccio

Il mio braccio è decisamente troppo corto per misurare il mondo, e il vostro?

Esiste un metro per ciò che non conosciamo? Come facciamo a valutare ciò che ancora non abbiamo incontrato e neppure immaginato?

Non possiamo farlo.

Abbiamo allora due scelte; accorciare il mondo affinché il nostro metro sia utile, cercare una nuova scala di valori.
Ma come la troviamo una scala astratta?

La immaginiamo.

Immaginiamo di accogliere costruttivamente ogni novità che ci si presenta nella vita, immaginiamo di avere una mente aperta e pronta al nuovo, pur mantenendo una certa criticità che ci impedisca di diventare vittima della nostra esterofilia.
Ma come possiamo valutare qualcosa che cambia la nostra cultura? Come definire il giusto equilibrio a priori?

Non si può.

Non ci resta che affrontare quindi la vita con meraviglia e sospetto, con felicità e sgomento, con passione e critica.
Non ci resta che guardare il mondo, facendo misure provvisorie, mentre spendiamo la vita alla ricerca continua di quel metro adatto che non troveremo, felicemente, mai.

sabato 6 luglio 2013

il Male

Il Male è l'indifferenza.

Non si può guardare il mare al tramonto e non sentirsi emozionati. Se questo succede, se davvero riusciamo a non sorridere o a non commuoverci, beh, siamo il Male.
O almeno una piccola parte.

Siamo il Male quando indifferenti ignoriamo l'anziana caduta al suolo dinnanzi alla parrocchia, quando ignoriamo la richiesta di informazioni del passante, quando ignoriamo le norme più comuni dell'educazione civica.

Il Male è l'indifferenza dell'ignoranza.

Non si può pensare che non via sia differenza tra vivere in un posto pulito o nella sporcizia, tra vivere in maniera attiva e civile, piuttosto che vivere come parassiti, tra vivere tra le arti e la cultura o vivere nell'inedia.

Il Male è l'indifferente inedia dell'ignoranza.

Non si può vivere nell'attesa delle vacanze estive, del fine settimana fuori porta, del momento in cui non saremo chi siamo in tutti i giorni qualunque della nostra vita.

Noi siamo quelli che si svegliano ogni mattina.
Se ogni mattina, nello specchio, ciò che vedi è la tua immagine probabilmente non vedrai neppure la pochezza del tuo essere quotidianamente indifferente alla cultura e alla bellezza; ma se una mattina, nello specchio, non vedrai la tua immagine ma te per intero, beh, sappi che quello potrebbe essere il primo giorno della tua vita, quella in cui inedia, indifferenza e ignoranza saranno solo un triste ricordo di quando

eravamo il Male.