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lunedì 27 aprile 2015

Il marketing e l'ambientalismo

...due aspetti dopotutto molto diversi; eppure.

L'idea mi è frullata in mente quando ho scoperto cosa sia una ebike e come venga presentata. La ebike è una bicicletta elettrica che alleggerisce il carico nella pedalata per agevolare l'utilizzatore e minimizzare lo sforzo.

La ebike è una bicicletta elettrica, ed effettivamente non è un'auto elettrica.

L'auto elettrica è "intelligente", perché riduce le emissioni inquinanti in città e rende più salubre l'aria che si respira. Su questo però devo dire che la comunicazione deve migliorare, perché oggi in Italia, ancora troppa gente lascia l'auto non elettrica in sosta con il motore acceso senza pensare che quello che esce dal tubo di scappamento è un insieme di polveri sottili, anidribe carbonica, vapore acqueo e prodotti di combustione nocivi. Tutti però sono d'accordo sul fatto che l'auto elettrica è una gran bella invenzione perché riduce l'inquinamento urbano.

La ebike cosa riduce?

Nulla se non la fatica del ciclista. Non riduce il consumo di calorie, perché assiste lo sforzo e fa risparmiare fatica, non riduce le emissioni nell'atmosfera perché la bicicletta tradizionale, quella del diciannovesimo secolo, non produce alcuna emissione, se non l'odore di sudore del pedalatore.

La ebike con grande probabilità inquina!

Certo potrebbe essere alimentata da una centrale elettrica da fonte rinnovabile, ma con ogni probabilità non avremo una pala eolica da giardino, un pannello fotovoltaico personale, una pompa di calore geotermica in cortile.
La stragrande maggioranza dell'energia è prodotta con fonti fossili, e per produrre l'energia elettrica contenuta nelle batterie del biciclo, e trasferita dal motore al pedale nell'azione di assistenza alla pedalata, da qualche parte del mondo c'è una centrale elettrica a carbone, gas o nucleare che produce scorie o anidride carbonica e inquina l'aria del vicino.

E qui arriva il marketing

Perché sfruttando l'atavica pigrizia del consumatore medio, il marketing non presenta la bicicletta elettrica come alternativa alla assolutamente non inquinante bicicletta, bensì come alternativa a tutto ciò che inquina di più.
Il pigro medio riterrà, in maniera del tutto acritica, di essere un benefattore del pianeta e anzi, giustificando così la propria scelta inizierà una crociata, pigra, per la diffusione della ebike.
Magari questa crociata diventerà tendenza, poi moda e in men che non si dica tutti gli utlizzatori di antiche biciclette diverranno possessori di mezzi di locomozione green.

E così nella calda coperta delle nostre convinzioni, aumenteremo la necessità di energia "pulita" costruiremo centrali eoliche non inquinanti, pannelli fotovoltaici ecologici, turbine idroelettriche; le costruiremo con altoforni e stabilimenti siderurgici azionati da fonti green, ma che producono scorie reali.

Ogni modificazione del sistema pianeta è un'azione antiecologica

Pur senza scomodare il gatto di Schrödinger, possiamo affermare che nulla di quello che facciamo è realmente senza conseguenze. Dovremmo soltanto mettere una mano sul viso prima che sul portafogli e pensare un po' di più, prima di lasciarci rapire dal demone del marketing.

domenica 28 dicembre 2014

Un tempo il Piave mormorava



era il 24 maggio del 1915 in cui i Figli della Nazione andavano in guerra contro l'invasore austriaco. Oggi scacciamo allo stesso modo i turisti stranieri, austriaci inclusi.

Da quel tetro 24 maggio il mondo è cambiato.

Oggi gli stranieri sono una risorsa planetaria per un mercato del turismo che ha assunto dimensioni inimmaginabili per i nostri nonni, da quegli italiani che andarono in Africa a costruire strade e a sfruttare risorse naturali per arricchire il mercato interno ed elevare la qualità della vita delle loro famiglie.

Fino alla metà del novecento lo straniero era invasore o schiavo, ma ormai è cambiato tutto.

Se un ricco senegalese, richiede un visto, prende l'aereo e decide di scendere all'Hilton di una qualsiasi città italiana, dove si aggira poi indossando abiti Armani, nessuno si sogna di definirlo un "extracomunitario".

Viene accolto nei migliori ristoranti, accede ai musei, viene consigliato dalle operatrici turistiche nella sua lingua madre. Viene considerato un turista.

Se questo turista è un americano ancor meglio, perché "Americano" fa pensare agli operatori di potergli sottrarre quanto più denaro possibile, Americano è lo sprovveduto facilone che paga e non si lamenta... ma che poi non torna più.

E poi i turisti arrivano chez nous con pretese assurde. Venire qui quando è festa!

«Come si può pensare di andare "a casa d'altri" per farli lavorare durante le feste comandate?
Non possono tornare in orario lavorativo consono, se possibile escludendo il lunedì mattina e il venerdì pomeriggio che sono troppo vicini al fine settimana? »

Pompei chiude a Natale per la mancanza dei fondi necessari a pagare lo straordinario festivo ai dipendenti.
Festivo?
Perché festivo?

Nel turismo i periodi tradizionali di festa sono quelli di lavoro ordinario. Non ho mai sentito un operatore turistico considerare la domenica in alta stagione come festiva.
E a dire la verità neppure la considerano festiva coloro che semplicemente vivono in posti di villeggiatura.

L'Italia possiede circa il 60% delle bellezze artistiche del mondo intero, eppure in Italia gli operatori dell'indotto del turismo, i privati che hanno a che fare con tali bellezze, si barcamenano tentando di offrire qualcosa di diverso dalle spiagge urbanizzate, affatto concorrenziali se paragonate a quelle tropicali.
Perché mai un turista decide di venire in Italia se tutto quello che trova di fruibile non è meglio di quello che trova a metà prezzo in giro per il mondo?

Perché glielo dicono gli Italiani? E chi sono?
Sono i politici nazionali, il ministro Franceschini, quello che ha "inventato" l'art-bonus.
Si definisce "Art-bonus" un sistema di sgravi fiscali, una sorta di mecenatismo (descritto qui; La regressione e il mecenatismo) finalizzato al finanziamento del Ministero, un diverso modo per farsi mantenere dai privati senza passare attraverso la fiscalità ordinaria.
Il decreto prevede insomma un tax credit a favore di chi fa donazioni che siano utili a finanziare la gestione pubblica dei beni culturali.

Considerata la malagestione (sovente malversazione) questo sistema di defiscalizzazione è una sorta di distrazione delle tasse in favore della fallimentare attività ministeriale di gestione dei beni culturali.
Come si può pensare che maggiorni entrate risolvano i problemi originati da amministrazioni improbabili e popolate da incompetenti e ignoranti?

E' il solito, ricorrente problema di questo Paese.Ci sono troppi idioti in posti chiave.

Cosa aspettiamo a favorire quegli imprenditori che sono realmente in grado di rilanciare il turismo e che chiedono soltanto di poter guadagnare grazie alle proprie capacità?

E così, mentre vessiamo i turisti chiedendo loro di comportarsi da stranieri, mentre creiamo complessi sistemi di leve fiscali pensando che ottenere più soldi renderà il sistema più efficiente (secondo non so quale teoria economica) e riportando questo paese a prima dell'età dei lumi, mentre i musei restano chiusi nei giorni festivi e vuoti durante la settimana,

il Piave mormora.

Ricorda il sangue versato da un milione e mezzo di patrioti un secolo fa; sangue versato per scacciare lo straniero ostile e dare vita a una progenie di italiani presuntuosi, chiusi nei propri confini, ostili e invidiosi verso chiunque tenti di elevarsi  fino a preferire morire d'inedia pur di non spostarsi. Fermi da un secolo e sempre più ignorati dal mondo.

venerdì 21 novembre 2014

Smart cosa?

Perché sembra che di smart, intelligente, ci sia sempre meno al mondo. Da tempo rifletto, come tanti, sulle implicazioni di questa rivoluzione social.

Le riflessioni mi portano a riprendere spesso le teorie di Alexis de Tocqueville circa la società di massa, ma nonostante la pessimistica visione dell'intellettuale francese, a rivederla in peggio.
La rivoluzione informatica si sta volgendo ormai all'utilizzatore finale. Non è più una materia per smanettoni, ormai ogni aspetto della nostra vita viene riassunto in una "app" già chiamato programma o applicazione informatica.

Tutto è app, tutto è facile, perché si sa che la persona normalmente pigra vuole soluzioni comode. E così comodamente, dopo aver ceduto sovranità allo stato, mi rifaccio come spesso faccio a John Locke quale padre fondatore dello stato moderno, cede informazioni riservate, le più intime in assoluto, all'apparato informatico.

Siamo schiavi del device

per usare un termine esotico molto in voga fra i patiti di marketing e relazioni sociali. Per mezzo di questo attrezzo elettronico, possiamo svolgere facilmente operazioni che richiederebbero altrimenti coordinazione, maestria, pratica, fatica, tempo.

La rivoluzione smart è diventare sempre più pigri, togliersi perfino il piacere di andare a fare shopping. Diventare consumatori neurali, comprare tonnellate di oggetti senza neppure doversi alzare dal letto, per poi mostrarne foto sui social network e discuterne in chat o su skype.

Eppure fuori c'è un mondo, lo stesso mondo in cui fatichiamo tanto a creare un'immagine di noi che raramente corrisponde al vero, ma che corrisponde spesso a quella che potremmo avere se lavorassimo duramente per costruirla.
Alla stessa maniera realizziamo dei falsi noi sui social network, utilizziamo foto false o ritoccate, mostriamo i nostri lati migliori, studiamo attentamente cosa scrivere, e per fare questo usiamo uno strumento informatico.

Così accade che lo strumento che usiamo prende il controllo.


Esistono ditte commerciali che per poche centinaia di euro offrono l'accesso alle e-mail di migliaia o milioni di soggetti ignari, persone che hanno probabilmente dato il consenso informato per l'assicurazione auto o per la raccolta punti del supermercato oppure per l'accesso a facebook.

Persone che utilizzano lo smartphone continuamente, conservando le foto non ritoccate, i propri dati sensibili, la propria corrispondenza, ogni tipo di informazione personale nella convinzione di averne il controllo.
Molti hanno sentito parlare della vulnerabilità di Windows, pochi si curano di conoscere la ben maggiore vulnerabilità di Android e Apple.

La semplificazione passa per la rinuncia.

Per semplificare l'uso dei computer, per permettere l'uso di un palmare a qualsiasi essere dotato di un dito e capacità cognitive insufficienti a gestire un menu di scelta, si è deciso di sacrificare la privacy.
Oggi è sufficiente premere il dito indice in menu a scelta limitata, come fanno i bambini in età pre-scolare, e proseguire in un percorso di briciole di pane tracciato da qualche Pifferaio magico che neppure conosceremo mai, il cui intento è condurci sull'orlo di qualche dirupo digitale utilizzando le informazioni lasciate incustodite all'interno del nostro device.

E' finità l'epoca della riservatezza, è caduto ogni barlume di privacy, così come sono diventate superflue l'intelligenza e la capacità di adattamento ambientale che avevamo in quanto animali.

E in questo mondo di facciate e traffico di dati fittizi, per essere diversi e non lasciare spazio al ricatto sociale, non ci resta che un'ultima residuale alternativa; essere onesti.

giovedì 6 novembre 2014

Genova come Detroit, un parallelo pericoloso

Alle volte vengono in testa strane idee. Appaiono deboli nessi fra i concetti, si trovano convergenze curiose e si passa un po' di tempo a fare ricerca e poi a scrivere, pensando che ci siano posti nel mondo così distanti, ma per certi versi così vicini.

Detroit
La città di Detroit nasce nel Settecento, durante la colonizzazione francese, come stazione commerciale. La vittoria britannica nella guerra dei sette anni cancellò la presenza francese dal Nord America e avviò quel processo separatista che nel 1776 vide la nascita degli Stati Uniti d'America. Lo stato del Michigan, e con esso la nascente città di Detroit, divenne autonomo nel 1805 e nel gennaio del 1837 entrò, come ventiseiesimo stato, a far parte dell'Unione.
Nel 1840 la popolazione della città di Detroit non raggiungeva i diecimila abitanti, seppure la progressione demografica fu costante per tutto il XIX secolo.

La fortuna della città è legata al nome di Henry Ford, alla suo modello T e alla produzione in serie. Grazie alle idee rivoluzionarie di Ford, ma soprattutto a quelle dell'ingegnere Frederick Taylor, la rivoluzione industriale di fine ottocento divenne per la capitale del Michigan un fattore di crescita esponenziale.
Nel 1910 la popolazione cittadina era di 465,776 abitanti, nel 1920 era già raddoppiata e nel decennio successivo superava quota 1.500.000, per raggiungere l'apice nel momento di massimo splendore dell'industria automobilistica americana. Nel 1950 a Detroit vivevano 1.849.568 persone, gran parte impiegate nell'indotto dell'industria automobilistica e nei servizi.

Genova
La storia di Genova è profondamente diversa. Mentre Detroit non era che una roccaforte in un territorio inesplorato, la Superba era una delle potenze commerciali più floride del Seicento.
La crisi dei commerci nel Mediterraneo, ciò che fece la fortuna della città americana, segnarono la fine del dominio genovese. Dopo la conquista napoleonica e l'annessione al Regno di Sardegna, Genova entrò a far parte del Regno d'Italia nel 1861. In quell'anno la popolazione censita era di 242.447 unità e, grazie al processo di industrializzazione delle città italiane, nel 1911 la popolazione genovese raggiunse i 465.496 abitanti, curiosamente pari a quella quella della Detroit in cui l'industria stava per esplodere.
La situazione geopolitica dell'Europa tra le due guerre mondiali rallentò molto il progresso demografico di Genova. La crescita riprese dopo la Seconda guerra mondiale, l'industria metallurgica divenne fiorente e la Città costituì con Torino e Milano il famoso triangolo industriale.
La popolazione cittadina raggiunse il proprio apice nel 1965 con la vertiginosa cifra di 848.121 residenti.

Convergenza
Se la storia demografica delle due città appare profondamente diversa, sia per l'area geografica, sia per la tradizione economica, sia per il contesto sociale, è innegabile che l'industrializzazione del Novecento sia stata centrale nello sviluppo di queste città.
Entrambe le città hanno beneficiato di ripetuti flussi migratori, per Detroit prima europei, poi asiatici e infine di neri dagli stati del Sud, mentre per Genova dapprima la migrazione dalle campagne e successivamente dal Meridione.
Le proporzioni sono chiaramente diverse, i flussi americani furono più copiosi e più veloci, favoriti certamente da una cultura liberale e una minore densità abitativa regionale, ma gli effetti sul territorio, soprattutto sulle infrastrutture sono comparabili in entrambe le città.

Crescita Edilizia
L'enorme richiesta di immobili data dall'aumento della popolazione, ha stimolato per decenni una crescita pressoché incontrollabile del mercato immobiliare.
Seppure con tipologie architettoniche diverse, in America sono tipiche le case monofamiliari mentre in Italia si tende a vivere in condominio, a Detroit come a Genova sono nati quartieri residenziali a tempo di record, affinché fornissero spazi abitativi ai nuovi cittadini. A Genova, tra il 1961 e il 1981 il patrimonio abitativo aumenta di quasi 60.000 abitazioni, per l’86% costruite negli anni Sessanta. Tutti questi edifici continuano ad esistere tutt'oggi, anche se il flusso in entrata si è trasformato in un flusso in uscita.

Deriva economica
L'alta specializzazione di Detroit e di Genova, vocate entrambe all'industria pesante ne hanno fatto due simboli del Novecento.
Se nel momento della crescita i redditi pro capite degli abitanti erano tra i più alti delle rispettive nazioni, la crescita del Terzo mondo, e la conseguente globalizzazione economica hanno lentamente impoverito questi centri, che di fatto non hanno mai attuato politiche di recupero.
Mentre la Motor City iniziava a veder svanire l'industria automobilistica, Genova produceva ancora acciaio e case. Qualche decennio dopo però anche La Superba ha iniziato a fare i conti con il calo della produzione. Il porto, seppure rinnovato risente sempre più della mancanza di collegamenti con il resto del continente e il calo demografico si fa rilevante.

Calo Demografico
Detroit ha iniziato a patire un calo della popolazione a partire dagli anni cinquanta, dopo trent'anni di crescita impressionante ha iniziato un lento ed inesorabile declino, dal 1950 Detroit ha perso il 62% della popolazione raggiungendo i 713.777 abitanti nel 2010. Il calo demografico ed economico della città, incrementato nel periodo tra il 2000 e il 2010 con una perdita del 25%, è culminato infine nel default del luglio 2013. Oggi Detroit conta 78.000 edifici abbandonati, oltre 100.000 l'intero stato del Michigan.
Genova vive una situazione simile, seppure traslata nel tempo. La crescita è stata più lenta, ma ciò non toglie che dalla fine degli anni '70 il calo demografico è inesorabile, per le stesse cause economiche che contribuirono al declino della Motor City americana.
In una simile situazione a risentirne sono sempre i servizi locali. Le amministrazioni pubbliche, in quanto emanazioni della burocrazia, sono lente nel recepire il cambiamento e non attuano tempestivamente la soluzioni necessarie alla correzione, anche perché le politiche
di riordino dei conti pubblici sono normalmente penalizzanti in termini elettorali.
In situazione di crisi, non solo le imprese, ma anche i cittadini decidono ad un certo punto di ricostruirsi una vita altrove e questo rende improvvisamente insostenibili le spese di gestione di città concepite per un numero notevolmente più grande di abitanti.

Crollo del mercato immobiliare
Detroit ha certamente risentito in maniera prepotente della propria crisi. Nel grafico allegato si può vedere l'andamento del mercato immobiliare della città americana. Si può notare che la variazione dei prezzi è strettamente correlata al numero di abitanti. Più veloce è il calo demografico, più veloce sarà il calo dei prezzi.
Genova vive una situazione di disagio simile a Detroit.
La crisi immobiliare attanaglia tutto il Paese e per la Superba, priva al momento di prospettive economiche di grande rilievo, il dato della crisi immobiliare potrebbe nascondere un male peggiore; la concreta possibilità che una ripresa del mercato nazionale non sia sufficiente ad arginare la svalutazione del patrimonio locale.
Il grafico accanto riporta l'andamento della richiesta di abitazioni negli ultimi due anni, non è ovviamente positivo ma non ci permette, quando lo paragoniamo a quello nazionale di rilevare eventuali patologie locali.
Resta peraltro il dato allarmante di una popolazione costantemente in calo e di un'economia locale sempre più sofferente.

Il Futuro di Detroit
L'Amministrazione locale di Detroit sotto la guida del sindaco David Bing, ha risposto al default con un piano urbano di ridimensionamento, riducendo la città di un terzo della propria superficie. Ciò è stato possibile creando la Blight Authority, un ente che si occupa della demolizione dei ruderi e del riordino urbano, raggruppando gli abitanti nei quartieri rimasti e destinando le aree deurbanizzate alla realizzazione di fattorie, creando una nuova economia agricola locale, in luogo delle aree abbandonate. Detroit ha reagito al fallimento rendendosi conto della propria condizione, Genova cosa farà?
I recenti eventi del 10 ottobre scorso, l'alluvione che si ripete a distanza di poco tempo, ma ancor prima lo sciopero ad oltranza del trasporto pubblico locale, l'impossibilità o l'incapacità della classe dirigente di gestire il declino economico della città sono emblematici.
Le previsioni demografiche prevedono per Genova una popolazione di circa 400.000 abitanti, che paragonati agli attuali 596.958 significherebbero un calo di circa il 30% della popolazione, perfino maggiore di quello che ha accompagnato il default di Detroit.

Riuscirà Genova dove Detroit ha fallito?
Ci chiediamo oggi se riuscirà Genova a porre in essere una politica di riordino del territorio prima del fallimento, se gli edifici in eccesso possano essere abbattuti prima del crollo inesorabile dato dall'abbandono.. E' necessario per Genova avviare un progetto di decostruzione compatibile con il futuro demografico, senza perdere ulteriore tempo, restano meno di venti anni; vent'anni cruciali per il futuro della Città.

mercoledì 29 gennaio 2014

Lo stato minimo è scomparso

La teoria liberale dello stato minimo in Italia non attecchisce...
come peraltro non attecchì lo stato totalitario...
e come non ha attecchito lo stato socialista...
men che meno lo stato democratico.

In Italia non attecchisce alcun sistema di governo.

Giustino Fortunato nel 1919 diceva degli Italiani «...venticinque milioni di persone senza disciplina», Mussolini qualche anno dopo disse «Non è difficile governare gli Italiani, è impossibile».
Nessuno li ha mai smentiti.

In questa nouvelle vague di liberalismo internazionale ci muoviamo oggi, con le nostre istituzioni datate, la nostra Costituzione invecchiata, la nostra classe politica assolutamente impreparata, tanto da lasciare spazio ai dilettanti senza neppure farli troppo sfigurare.

Cosa resta dell'Italia? Dov'è la "società civile", dov'è la "comunità sociale", dove sono i cittadini?

E così, senza neppure essercene accorti, ci troviamo in un sistema economico del tutto diverso da quello che avremmo immaginato e voluto. In Italia abbiamo pensato potesse esistere uno "Stato distratto" che imponesse norme inattuabili, che perdonasse ogni trasgressore, che in fondo non facesse altro che garantirsi un posto al sole senza entrare troppo nella sfera privata.

E questo abbiamo avuto, all'ennesima potenza.

Per il Sistema italiano, lo stato minimo è oggi una sorta di Far-west in cui chi ne ha, ancora, la possibilità tenta di garantirsi privilegi ed introiti.
Per il Sistema europeo, il contesto istituzionale italiano è un cancro da eliminare, un male da circoscrivere e lasciare morire lentamente.

Così tutto ciò che costituiva il welfare state del novecento sta diventando un servizio pubblico, ad uso e consumo di chi può permettersi di corrispondere la giusta tariffa, in maniera legale o meno.
La corruzione aumenta vertiginosamente e raggiunge livelli che ai tempi di Tangentopoli (17 febbraio 1992) neppure si sarebbero immaginati.

Il Governo è esautorato, il Parlamento è immobilizzato, la Magistratura legifera, gli Enti territoriali sono sommersi di debiti e derivati e non riescono a garantire servizi.

Lo Stato è fallito, ma non c'è nessuno disposto a rifondarlo.
L'Italia è morta.

Torna ad essere un'idea collettiva come fu per secoli prima della sua unificazione politica. L'Italia è una bandiera "regalata" dai Francesi, l'Italia è un vessillo presidenziale preso da quello regalato da Napoleone, l'Italia è una bandiera Europea odiata e temuta perché portatrice, non di valori, ma di soluzioni.

Gli Italiani nella trascrizione di un famoso discorso di Mussolini, sono «Un popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori di trasmigratori» e questo restano, non sono manager, politici, professori, imprenditori
Gli Italiani non saranno mai un popolo di cittadini.

martedì 26 novembre 2013

La distribuzione della ricchezza


Non è una scienza perfetta, ma semplicemente il risultato di secoli di selezione naturale.




Per cui, se non siete parte di quel 1%, potete solo lavorare per diventarlo. Oppure potete semplicemente fare a meno della ricchezza.

venerdì 4 ottobre 2013

I soldi uccidono l'arte

Siamo stati abituati a pensare che l'arte fosse sostenuta dal denaro dei benefattori.

Poi ripenso a Leonardo da Vinci, in lui vi è la migliore sintesi artistica dell'intera storia dell'umanità, qualità che peraltro lo ha portato a lavorare al soldo degli uomini più potenti del suo tempo, in ultimo il Re di Francia.
Qualcuno potrebbe dire che proprio la benevolenza e la magnanimità dei suoi finanziatori hanno permesso alla sua arte di imporsi nella sfida del tempo. Tralasciando l'interesse per i suoi progetti militari che lo portarono a Milano, Leonardo era pur sempre un ottimo pittore rinascimentale.
Immaginiamo innanzitutto il momento. In quel periodo la scoperta dell'America e la smodata crescita economica diedero vita al capitalismo e permisero la nascita della borghesia (che si sarebbe affermata in seguito). Il rinascimento artistico e culturale non fu altro che l'effetto più visibile dell'improvvisa disponibilità di oro nelle casse dei governi più ricchi, primo fra tutti quello del Regno pontificio.

Seguendo il filo logico di quello che ho scritto sopra non dovrebbero esserci dubbi circa il beneficio che il denaro porta all'arte.
Senza le risorse economiche non ci sarebbero stati i vari Leonardo, Michelangelo, Raffaello, Van Gogh, Piero Manzoni.

Beh, Van Gogh forse no. Piero Manzoni forse neppure.

Non entro nel merito artistico, sono totalmente incompetente e non è utile al discorso.
L'olandese dipinse la maggior parte dei suoi quadri negli ultimi anni di vita. Il milanese pare fosse sempre poco sobrio eppure gli viene attribuita una produzione copiosa. Il primo era cresciuto nell'ambito dei mercanti d'arte, il secondo era figlio di un'ottima famiglia e non aveva certo necessità di denaro.

L'arte di questi due soggetti, scelti da me quasi a caso tra molti altri, si esprimeva nell'assenza di ritorno commerciale.
Il guadagno lo fecero i loro eredi artistici grazie alla quantità di materiale da loro realizzato, o a loro attribuito.
Van Gogh visse al di fuori della società, Manzoni visse ben al suo interno, forse perfino troppo viste le sue abitudini mondane.
Il primo morì povero vivendo con poco denaro, il secondo morì ricco vivendo con molto denaro.
Entrambi si impegnarono a produrre arte e non denaro e non furono da meno dei predecessori rinascimentali citati sopra.

Ma cosa succede se il denaro trova il modo di influenzare l'arte?
Che succede se il prodotto diventa vendibile? Il denaro vuole volumi, produzione in serie, quantità replicabili e non pezzi unici.
Il denaro non ama l'arte, ama il denaro che l'arte garantisce.

E così arrivò l'industrializzazione, il cinema e la pop-art. Perfino la letteratura divenne popolare.
Sir Arthur Conan Doyle ne trasse giovamento più di quanto si sarebbe probabilmente aspettato.

Oggi l'arte è soggiogata alla viralità, conti soltanto se hai un seguito e sei funzionale alla popolarità che calamiti.
Ma questa non è arte, è marketing
Quando il pezzo singolo, il "masterpiece" artigianale, il prodotto figlio dell'unicità di un soggetto è stato sostituito dalla diffusione, dalla "fotocopizzazione", l'arte morì.
Abbiamo consegnato il mondo in mano ai commercianti... anzi... abbiamo, consegnato il tempio in mano ai mercanti, ma non c'è nessuno in grado di farcelo notare.

domenica 22 settembre 2013

L'Educazione e il Rispetto


Difficile darne una definizione univoca.

Ciò che per noi rappresenta normalmente l'educazione non è altro che l'aspettativa del comportamento altrui in relazione all'idea che abbiamo del nostro rapporto in relazione alla società.


L'Educazione si definisce con la normalità, con la norma dei comportamenti sociali. Ma se siamo abituati a considerarci esseri unici e particolari, difficilmente potremo pensare di essere normali.

Perchè io valgo, citando una nota pubblicità.


Ma quanto valgo? Ho un valore commerciale come target pubblicitario, un valore assicurativo, un valore nel mondo del lavoro.

Ma ho un valore nel mondo sociale che non sia collegato allo sfruttamento in scala delle mie potenzialità commerciali?



La risposta è apparentemente NO.
La società organica industriale si è disgregata.

E con essa si è disintegrato il rispetto.

Se mancano i vincoli di coesione sociale, manca anche lo stimolo a mantenere l'equilibrio. Quando il prossimo si muove verso noi soltanto pagandolo, non c'è più bisogno di rispettarlo, ma avere denaro a sufficienza per comprare i suoi servigi.

I risvolti sociali di questa situazione sono imbarazzanti.

Non è chiaramente possibile che esista una società in cui tutti sono unici e hanno potere economico a sufficienza per indurre gli altri a servirli.
Questo comportamento, che esiste dalla notte dei tempi, è sempre stato riservato ad una élite possidente, mentre i più si rivolgevano ad altri simili con sistemi meno elaborati tecnicamente ma direi più evoluti in forma sociale.

A che serve il denaro se hai tutto ciò che ti serve?


Il denaro era il mezzo per ottenere il necessario al sostentamento, per certe categorie era perfino superfluo, potendo provvedere a certe particolari necessità tramite lo scambio di beni.
Il denaro non ha più valore intermedio, è un valore dì per sé stesso. Sovente lo si accumula senza poterlo o volerlo destinare ad altro che all'incremento matematico del totalizzatore.
Esistono poveri che hanno ingenti somme di denaro con cui dovrebbero garantirsi il rispetto, ma che non intendono spenderlo.

Il miraggio della rivoluzione capitalistica cinquecentesca è stato proprio quello, pensare che il denaro potesse trasformarsi da mezzo a fine.

E alla fine, infine, siamo arrivati.

giovedì 5 settembre 2013

Fermate il progresso

Non c'è nulla di utile nel progresso.

Lo ammetto, va bene, è una dichiarazione esagerata.

Ma come spiegare con parole semplici ciò che sarebbe semplice da capire se semplicemente guardassimo con occhi semplici il mondo che ci circonda?

Ogni vittoria ha un prezzo, la sconfitta altrui. Per una comunità che cresce, c'è una comunità che decresce. Il conflitto è alla base dei rapporti umani e pertanto dell'economia quale scienza sociale.
Se per avere un progresso sociale, economico, tecnologico dobbiamo creare un conflitto, allora siamo ad un punto morto.
Curiamo l'interesse o l'etica?

C'è un qualche possibile fine etico nell'Economia? Apparentemente no.
Per la mia tesi di laurea mi ero riproposto di analizzare la questione, ma mi rendo conto che non sarebbe producente, non avrei un vantaggio economico/sociale e ho lasciato perdere.
Anni fa pensai che fosse, nella vita, necessario produrre un certo volume d'affari, che fosse il necessario per vivere. Poi mi scontrai con la necessità di farlo a discapito del benessere altrui e vacillai.
Persi il filo del discorso e devo dire che studiare materie sociali, nonché tanto diritto, mi ha ricordato che in fondo non esiste una morale.

La morale è un lascito intellettuale di quei movimenti, per ultimo considero quello illuminista del XVIII secolo, che hanno il pregio di aggregare persone generalmente dimenticate dalla società, ma hanno il difetto di non fornire loro alcuna informazione circa l'uso di questa eredità.

Le persone dimenticano ciò che conoscono, ma non possono ricordare ciò che ignorano.

E così, in questa altalena di vizi e virtù, il cui valore etico è determinato esclusivamente dal punto di vista, vaghiamo alla ricerca di "Madame Giustizia" [cit.] senza far altro che affogare nel nostro concetto di morale.
Fermate l'etica, per un po'. Sospendete ogni legge, cancelliamo ogni morale e armiamoci fino ai denti. Apriamo i cancelli al Destino e vediamo chi resta in piedi.
Sarà il trionfo dell'economia e, tenendo conto della natura umana, un momento di vero e ineluttabile progresso sociale.

lunedì 22 luglio 2013

Il prezzo della felicità

Matematica e narrativa.

Apparentemente distanti, ma certamente complementari. Il primo esponente di questa stintesi che mi torna alla mente è il visionario Charles Lutwidge Dodgson, altresì noto come Lewis Carroll, matematico e scrittore come del resto ognuno di noi dovrebbe essere

Matematica ed economia sono la base pratica su cui costruiamo la vita quotidiana, le nostre obbligazioni, la nostra necessaria fame di marchi sociali che ci garantisca sufficiente approvazione da parte dei nostri simili.

La narrativa e la parola, sono invece il nutrimento del nostro onirico vivere. Attraverso i voli pindarici della mente, attraverso la fantasia riusciamo a nutrire quella parte morale e metafisica del nostro essere.

Tutto questo richiede talento.

Richiede talento saper gestire la parte economica della nostra vita eludendo, o meglio assecondando solo in parte, i precetti che gli agenti economici emettono con l'intento di rientrare in possesso di ciò che ci avevano illusoriamente prestato... ovvero il denaro
Richiede talento saper vedere oltre la realtà delle cose sapere immaginare il mondo in cui vorremmo vivere.

Per la fortuna di molti il talento narrativo si può comprare. Lo possiamo prendere in prestito imitando la vita di qualche personaggio famoso, lo possiamo comprare con gli oggetti frutto dell'altrui creatività, lo possiamo acquistare sotto forma di libro, film, canzone per rendere vivida l'impressione di essere ciò che altri hanno immaginato potesse esistere.
Possiamo comprare la fantasia altrui con il denaro

Ma la matematica applicata all'economia, il denaro, non si può immaginare. O meglio, possono immaginarlo solo alcuni, solo coloro i quali hanno il potere di renderlo reale. E così un semplice pezzo di carta si trasforma in qualcosa di concreto.
Un concetto astratto diventa metro di valutazione della nostra fantasia.

Quanti soldi occorrono per una vita da sogno?

Zero per chi ha talento.
Zero per chi sa immaginare
Zero per chi sa rendere sublime la propria attualità
Zero per chi sa rinunciare alle sovrastrutture

Zero è il prezzo della felicità.