Visualizzazione post con etichetta osservare. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta osservare. Mostra tutti i post

lunedì 11 luglio 2016

Riempire vite vuote con il vuoto delle vite

...ovvero farsi dei selfie e guardarli

Perché è incredibilmente ovvio che fotografare continuamente sé stessi e le proprie noiose attività, alla lunga dà dipendenza.

Ed è ovvio.

Perché se non fate altro che fotografare tutto quello che fate, finirete con il fotografare voi stessi che vi fotografate, ovvero non avrete altro nella vita che fotografarvi.

Un circolo vizioso di cui sarete l'unico socio

E non vi salverà neppure mettere tutto sui social network, è oltremodo assurdo pensare di poter interessare e coinvolgere gli altri con la propria faccia e la propria attività auto-fotografica, se anche gli altri saranno intenti a fotografare loro stessi.

Ciò che appare incredibilmente aulico per i fotografatori folli è che il consenso non si ottiene con una pedissequa attività "onanistica" individuale, bensì creando punti di unione e comunità di interesse con altri soggetti.
Comportandovi da perfetti idioti autoreferenziali finirete esclusivamente per annoiarvi, lamentarvi e finire con il cercare modelli di riferimento diversi da voi stessi

Da imitare.

In pratica mentre sarete convinti di comportarvi come animali Alpha e sarete invece animali Gamma, ovvero collocati in fondo all'alfabeto.


E' facile invece intuire che una vita invidiabile è quella che ha qualcosa da dare che non siano fotografie della propria faccia.

E' accattivante condividere azioni, attività, momenti della vita reale, non photoshop pigri diffusi in rete. Per riempire vite vuote servono atti diversi dalla routine noiosa in cui possiamo essere incastrati.

Spegnete il cellulare e accendete il cervello, vi assicuro che funziona.

giovedì 12 maggio 2016

Se guardi nell'abisso, l'abisso guarda in te

... a meno che tu non sia Mr Spock.

L'illuminante e sintetica frase di Friedrich Nietzsche che ho scelto come titolo, ci mostra immediatamente come sia difficile restare estranei all'oggetto del nostro interesse.

Ci appare più chiaro se pensiamo alla professione medica, a chi per mestiere si occupa dei problemi altrui e deve tenere le distanze emotive per non trovarsi rapito e perdere ogni contatto con la propria profesisonalità.

Lo stesso succede con l'osservazione sociale.

Perché studiare il modo di comportarsi di masse disorganizzate e irrazionali, sì esatto irrazionali contrariamente a quasi tutte le teorie economico-sociali, non fa che renderci a nostra volta irrazionali e vulnerabili.

E così proprio perché non siamo dei fantasmagorici Vulcaniani, non ci resta che tentare di prendere le distanze dall'oggetto del nostro interesse, ma così facendo perdiamo progressivamente la possibilità di osservarlo.

Non esiste un binocolo sociale

E questo infinito tira e molla seleziona chi realmente è in grado di vedere il mondo facendone parte; per tutti gli altri non resta che l'isolamento o la partigianeria.

Ed è proprio fare parte di un contesto sociale che definisce l'umano essere all'interno della specie, che permette di definire un Italiano o uno straniero, un avvocato da un operaio, un tifoso di una squadra
piuttosto che di un'altra, il vegano dal carnivoro.

E' l'abisso a guardare dentro noi, un poco per volta ci cambia e ci influenza, ci impedisce di valutare oggettivamente ci amalgama e dissolve togliendoci la capacità di giudizio. E così, stando ai margini della società si possono apprezzare aspetti che ai più sfuggono, vedere il declino inesorabile e continuo di un determinato contesto sociale, di un modo di vivere, di una intera era dell'umanità.

Ma la consapevolezza non dà gioia

E sapere che tutto sta cambiando in peggio è decisamente frustrante, forse è meglio andare allo stadio la domenica e rimandare le rivelazioni sociali ad un futuro remoto e irraggiungibile, lasciare la consapevolezza agli altri, agli studiosi, agli irriducibili e tormentati esploratori della società.

Beati coloro che non vedono.

venerdì 15 maggio 2015

La società di massa e il piumino con le infradito


Adoro la geniale lugimiranza, la visione anticipatoria di Alexis de Tocqueville. sul suo pensiero ho trovato un testo interessante che vale la pena di citare:
...Nel processo di de-socializzazione democratica, l’individuo non è più realmente progettuale e sovrano, ma un atomo in una società massificata. Tale processo, non produce solo atomi indifferenti, ma anche gerarchie e dispotismo politico: la realizzazione delle antitesi della democrazia. L’individuo democratico, come ci descrive sempre Elena Pulcini, delega tutto, poiché avendo la preoccupazione di occuparsi e di coltivare i valori effimeri, legati al presunto benessere individuale, incarica tutto alla gerarchia governativa, gestendo solo i suoi “piccoli affari...”. [fonte www.istitutodipolitica.it]
Ci sono persone nella Storia che sanno vedere il mondo con secoli d'anticipo sulle persone comuni.

Ci sono poi persone che sanno cogliere l'attimo, come la mia amica Gigliola Lippi che quest'oggi ha colto il passaggio sul lungomare di una persona con infradito e piumino d'oca.

Ci sono persone, come quella vestita a casaccio, che sanno soltanto vedere gli oggetti e non ne comprendono il significato, riducendosi a semplici appendiabiti acritici di prodotti griffati.

E così torna in mente una poesia di Lao Tsu (Cento raggi) legata al valore della funzione che si esprime attraverso il vuoto.
La funzione non può stare in un oggetto, se prendiamo una tazza il suo valore è nello spazio necessario a contenere il liquido, in una scarpa il vuoto che contiene il piede, in un'auto lo spazio necessario ad ospitare persone e oggetti che devono essere trasportati.

Eppure troppa gente vive come anticipato a metà XIX secolo dal sociologo francese.

Troppa gente pensa a delegare le scelte, a seguire pedissequamente indicazioni partigiane di chi ha interesse a far adottare certe decisioni. La società di massa è basata sul following, l'adozione di comportamenti codificati e preordinati da una leadership di varia natura. Determinata l'appartenenza ad un gruppo sociale se ne seguono le regole e lo si difende a spada tratta per non mettere in discussione le proprie scelte.

L'unico esempio di controcultura attiva del novecento è secondo me nella cultura Rock, nella indefinita appartenenza a un contesto sociale con regole incerte e in continua mutazione e contaminazione, la ricerca di sè stesso all'interno di una società atomistica in cui il valore del singolo è più importante del valore del tutto.

La cultura rock affonda le radici nella migrazione dei lavoratori dei campi di cotone del Sud degli Stati Uniti e aveva tratto vigore nell'emancipazione dei neri, aveva preso coscienza con il '68, era diventata ostile negli anni '70 ed era esplosa poi negli anni '80. Essere rock allora voleva dire, non tanto essere ribelli e avversare anarchicamente l'ordine costituito, bensì avere un approccio individuale e libero rispetto alle regole della società. Essere liberali, accettare la diversità per poterla esprimere a propria volta.


Il crollo del muro di Berlino sembra aver portato al crollo dei valori liberali in molte società di massa.
Il conformismo è diventato un valore centrale della cultura e ha spazzato via ogni residuo di pensiero individuale.
Si è affermato l'uomo "di Tocqueville", quello che non pensa e che esce di casa con la giacca da montagna e le ciabatte da spiaggia, è sempre più diffuso quella sorta di automa che pensa meno del suo frullatore hi-tech.
Viviamo nei tempi moderni di Charles Chaplin, ma non più in quella catena di montaggio operoso con cui ci si guadagnava il pane, ma in una "catena di smontaggio" in cui non siamo altro che ingranaggi senza valore individuale di un sistema olistico di produzione e consumo.

martedì 22 aprile 2014

Cronaca di una morte annunciata

...quella di una cultura, che forse non è mai esistita.

Enel, dopo la campagna pubblicitaria 2013 (visibile qui) in cui elevava a guerriero ogni persona che svolga una vita assolutamente normale, anzi perfino banale, prosegue la propria campagna demagogico-speculativa passando in rassegna molti degli avvenimenti e dei personaggi rilevanti della storia italica, in un medley tra sacro e profano dove le invenzioni di Leonardo, si trovano accanto alla Dolce vita, dove il Colosseo è accostato agli spaghetti al dente, il Mondiale di calcio di Germania all'Impero romano (tutto quanto), i "Maestri dell'artigianato" al Rinascimento (tutto anche questo) e Raffaello, Michelangelo, Caravaggio, Pinocchio; esattamente in quest'ordine.




Uno spot abominevole che in ultimo sostiene che sia ora di guardare avanti, di costruire qualcosa di cui essere di nuovo fieri. Enel dimentica di dirci però chi siano quelli così orgogliosi del loro passato da non lavorare per il futuro.

Gli Italiani?

Quelli che fino a due decenni fa non sventolavano il tricolore perché era un atto fascista e che oggi in buona parte inneggiano al separatismo?
Quelli che hanno tutti un parente emigrato e odiano gli immigrati?
Quelli che ripudiano la guerra e mandano truppe armate in giro per il mondo?
Quelli nella cui Costituzione, come nel filmato Enel non vengono mai citati?

E così aggiugiamo un altro pezzo al puzzle della decadenza, dopo il premio Oscar al film "La grande bellezza" (dii cui al precedente post) e nell'attesa del sigillo sulla tomba di questa nazione, di questa società tentacolare che dal singolo attributo ricava una teoria, in cui godiamo perfino dell'orgoglio di appartenere ad una cultura decadente.

Riusciamo ad essere orgogliosi del nostro fallimento, e ignari ci presentiamo al resto del mondo come degli illustri falliti.

Fallito è il sistema economico, fallita è l'industria, fallito è il cinema, falliti sono tutti quelli che hanno pensato per decenni di poter vivere sulle spalle altrui.
Fallita è l'Italia dei guerrieri che combattono per un posto in metropolitana o che s'indignano per l'esclusione di un giocatore dalla nazionale.
Fallita è una cultura che si disperde al vento con la capacità linguistica dei suoi cittadini, sempre più ignoranti e sempre più attratti dagli ideogrammi che appaiono sul loro tablet.

La storia è nata dalla scrittura e con la scrittura finirà.

E così, nel meltin'pot di razze e culture che ha fatto grandi nazioni come la Greater Britain (no, non è un errore) o gli Stati Uniti d'America, riusciamo a prendere solo il peggio e abbandonare ogni residuo d'orgoglio per bearci della disfatta.
In questa guerra culturale, i barbari sono arrivati a Roma ancora una volta dal Nord, ma questa volta non portano arretratezza e distruzione, portano semplicemente la razionalizzazione weberiana e la società civile europea che certamente rifiuteremo.

mercoledì 26 febbraio 2014

Promozione letteraria


Da qualche tempo ho smesso di alzare la voce per parlare.

Mi sono anche disabituato a frequentare invidiosi e pressapochisti, ma per fortuna una volta l'anno pubblico un libro, così da non dimenticare cosa sarei se non lavorassi e studiassi continuamente.

Devo come sempre ringraziare per primi i miei detrattori, soltanto dopo gli amici e chi mi sta così vicino da divenire parte indissolubile di me e dei miei successi.

martedì 10 settembre 2013

Come siamo stati educati?

...se lo siamo stati.

E' chiaro che ogni generazione trovi maleducate quelle seguenti e abbiamo anche un'idea del perchè.
I valori sociali mutano progressivamente con l'evoluzione.
Recentemente ho letto un illuminante testo di Alessandro Baricco in cui palesava una teoria in cui la fine del romanticismo sia ciò che realmente crea un solco generazionale.

Effettivamente i valori tradizionali di quanti siano cresciuti ed educati nel ventesimo secolo sono indubbiamente ispirati all'ideale romantico di derivazione ottocentesca.
I ragazzi di oggi, quelli del ventunesimo secolo, invece del romanticismo non ne portano alcun segno.
La cultura del nuovo millennio affonda le radici in una rivoluzione culturale che non è ancora arrivata. La perdita di valori tradizionali, senza l'affermazione di nuovi valori, ha dato vita a questo importante periodo di transizione socio-culturale.
Inutile cercare di riportare tutto al nostro senso di giustizia. C'è chi non lo condivide e anzi lo considera ingiusto.Visualizza blog

Ma cosa può aver creato un divario così netto? Sembra che nel giro di un decennio o due, i giovani si siano trasformati radicalmente. Com'è possibile?

Cosa è cambiato nella società come non è avvenuto per secoli?
E' arrivata la rivoluzione digitale, che non è come si pensa soltanto tecnologica. L'era informatica, dall'acronimo francese "informatique" che sta a significare informazione+automatica, ha ristrutturato i rapporti sociali.

Non ci sono più uomini che si rapportano agli uomini.

Oggi ci sono uomini che si rapportano alle macchine, proprio come succede a noi due in questo momento, il lettore e lo scrittore, uniti da un computer in luogo di un libro o di un rapporto fisico.

Così ci sono arrivato.

Ciò che distingue gli uomini di oggi da quelli del decennio o del millennio scorso, è un semplice pronome.
Per sapere dell'origine culturale di quelli come me, la domanda è:
"Chi mi ha educato?".
Ma per conoscere le origini dei nuovi venuti, non possiamo più porci lo stesso interrogativo, non più.
Per loro la domanda è nuova, evolutiva e per certi versi spaventosa.
La domanda per loro è:

Cosa vi ha educati?

mercoledì 31 luglio 2013

Il mio braccio

Il mio braccio è decisamente troppo corto per misurare il mondo, e il vostro?

Esiste un metro per ciò che non conosciamo? Come facciamo a valutare ciò che ancora non abbiamo incontrato e neppure immaginato?

Non possiamo farlo.

Abbiamo allora due scelte; accorciare il mondo affinché il nostro metro sia utile, cercare una nuova scala di valori.
Ma come la troviamo una scala astratta?

La immaginiamo.

Immaginiamo di accogliere costruttivamente ogni novità che ci si presenta nella vita, immaginiamo di avere una mente aperta e pronta al nuovo, pur mantenendo una certa criticità che ci impedisca di diventare vittima della nostra esterofilia.
Ma come possiamo valutare qualcosa che cambia la nostra cultura? Come definire il giusto equilibrio a priori?

Non si può.

Non ci resta che affrontare quindi la vita con meraviglia e sospetto, con felicità e sgomento, con passione e critica.
Non ci resta che guardare il mondo, facendo misure provvisorie, mentre spendiamo la vita alla ricerca continua di quel metro adatto che non troveremo, felicemente, mai.

domenica 7 luglio 2013

Osservare il Tempo

Aver passato la vita ad osservare la gente e scoprire poi di averla osservata attentamente non rallegra.
Così ti guardi intorno sperando che non ci sia nessuno. Nessuna di quelle persone così simili alle altre, così prevedibili e conformate, così adatte al contesto in cui si trovano, così adattate al contesto da diventare tappezzeria sociale.
Non resta che scriverne, raccontare e raccontargli quanto inutile sia l'affanno che regola le loro vite, quanto tutto si riassuma in una estenuante ricerca del Graal.
Fermo.
Adoro stare fermo a guardare il Tempo, ad acquisire consapevolezza dell'ignoranza, a comprendere che non ci sia nulla da fare che non sia già stato fatto, da dire che non sia già stato detto.
E' rassicurante sapere di poter essere adatto all'infinito, essere a mia volta tappezzeria di un contesto solo un po' più ampio di quelli in cui spendo parte del mio tempo.
E' rassicurante sapere di essere niente più di niente.